Gli italiani che fanno figli

Viviamo come una volta e crediamo nel futuro

Le “Torri gemelle” di Mordano, porta d’ingresso del paese

Nella piana si vede subito, fra due stradine che si incrociano in linea retta e il campanile nella piazza in fondo, per guardare meglio tutti quelli che ci stanno. Al café non c’è nessuno: a quest’ora lavorano. Solo il rumore della pioggia, il soffio del vento e la signora del secondo piano che chiude la finestra. Eppure questo non è un paese così normale. È un Comune in Italia dove nascono più bambini e ne nascono più di prima, più del secolo scorso, più degli Anni 80 e degli Anni 90, più del Duemila, più del doppio del 1988, che era stato l’anno con la natalità più bassa. Il record l’hanno fatto nel 2010, 58 bimbi venuti al mondo, e sono quasi tutti italiani, - 54 per la precisione -, e non come capita nelle grandi città, dove i nuovi nati sono in maggioranza figli di stranieri. Cinquantotto su 4764 abitanti, come fa vedere Loris Valentini, l’ufficiale di Stato civile, sfogliando le carte sul tavolo, ecco qui, «più 21 rispetto all’anno prima, e il 12,27 per mille della popolazione», che sono cifre sorprendenti, dice, per Mordano, provincia di Bologna, a due passi da Imola, il paese del ministro Giuliano Poletti, ma anche di Dino Grandi, figlio dell’impiegato dell’esattoria comunale e della maestra elementare Domenica Gentilini, che volle appiccicarsi addosso l’etichetta di conte di Mordano negli anni d’oro del fascismo.

È un Comune in Italia dove nascono più bambini e ne nascono più di prima, più del secolo scorso, più degli Anni 80 e degli Anni 90, più del Duemila. Il record l’hanno fatto nel 2010, 58 bimbi venuti al mondo e solo quattro figli di persone immigrate.

Di là ci sono campi e vigneti, tutt’attorno, distese di grano e barbabietole, e quest’odore della terra, un po’ acre, come la memoria del tempo perduto, e se fai la stradina diritta che taglia nei prati fra i frutteti verso Bubano, in fondo all’incrocio c’è una grossa fabbrica di ceramica, la MakerFlorim, e prima una vistosa fornace che fa mattoni vicino alla zona industriale. Mordano è davvero un paese laborioso, come suggerisce Valentina Sgubbi, il vicesindaco, molto emiliano, così pieno di attività nel cuore delle sue radici contadine. Ma se chiedi perché fa più bambini di prima, in controtendenza col resto dell’Italia, ti rispondono che non sanno, quasi ridendo, come Deborah Rambaldi, che nel 2010 ha partorito Marco Dalmonte, il suo terzo figlio: «Sarà stato che nevicava tanto...». In realtà, questo paese così normale e così emiliano, ha qualcosa che ti salta subito agli occhi e che stiamo perdendo, qualcosa che abbiamo dimenticato, quella strana atmosfera Anni 80, quando ancora non sapevamo tutto quello che ci aspettava, la crisi, la recessione, la Grande Paura e questa rabbia che ci percorre, tutta questa confusione di topi che corrono da tutte le parti ringhiandosi addosso. Ecco, questo paese non è in guerra. Non so se ce ne sono altri di posti così, ce ne saranno di sicuro. Ma qui coltivano questa fortuna. Adesso hanno dovuto raddoppiare le aule della scuola, ed erano obbligati, visto che improvvisamente si sono trovati quasi il doppio dei bambini che avevano prima. Quattromila e rotti abitanti, una scuola elementare, un asilo, immigrati in maggioranza romeni e tutti perfettamente integrati (e non sono neppure pochi: 524, circa il 12 per cento), nessun delitto, pochi furti, zero disoccupati o giù di lì. Solo che non basta: la storia insegna che molte volte nelle società dove si vive troppo bene, i figli non vengono.

In realtà, questo paese così normale e così emiliano, ha qualcosa che ti salta subito agli occhi e che stiamo perdendo, qualcosa che abbiamo dimenticato, quella strana atmosfera Anni 80, quando ancora non sapevamo tutto quello che ci aspettava, la crisi, la recessione, la Grande Paura e questa rabbia che ci percorre.

Ci vuole qualcosa di più, una sorta di educazione alla vita, di fiducia nel futuro e qualcosa che sa di terra, di questo odore. Però, come spiegano Valentina Sgubbi e Deborah Rambaldi, che è l’assessore al Welfare, qui, in mezzo a questo piccolo grappolo di case spinte attorno a una chiesa, c’è un teatro comunale, che fa i pieni in tutte le serate della sua stagione, e hanno aperto una scuola d’arte, che sarà diretta da Vittoriana Benini, un’altra gloria di paese, che ha esposto i suoi quadri al Quirinale, e al Torrione Sforzesco al Centro Didattico Museale si sono inventati la mostra «di quello che eravamo, della civiltà contadina dei nostri nonni e dei nostri genitori». Così hanno pensato di organizzare delle lezioni e mettere insieme tutti questi bambini che nascono con i loro vecchi, che spiegano ai più piccoli tutto quello che c’era, gli oggetti della nostra tradizione esposti al museo e il loro significato e persino la nostalgia che ci viene, a guardare il giogo, le pialle a mano del falegname, la vanga e le zappe che servivano per togliere le erbacce, le scarpe di legno del ciabattino e tutte quelle cose che questi uomini del futuro non vedranno più quando saranno cresciuti, ma che fanno parte della vita, come le persone. Perché noi siamo le nostre radici.

Certo, non sappiamo per che cosa davvero un paese faccia più bambini, e forse non lo capiremo mai. Però abbiamo capito la fortuna di questo paese. Ce ne sono migliaia più belli di questo. Ma la bellezza non è solo forma. A volte è soprattutto sostanza.

In questa dimensione, quasi a voler recuperare il controllo sociale della civiltà contadina, adesso, spiega il vicesindaco, stanno inaugurando l’Opera Anziani: il Comune ha comprato un Palazzo, lo ha ristrutturato e ci ha fatto 12 alloggi per gli anziani soli, con un centro sociale diurno, la casa della salute, ambulatori medici e un centro aggregativo, e un programma che prevede non solo assistenza ma persino «animazioni domiciliari e di comunità». Il fine è sempre lo stesso: combattere la solitudine. Che sia quella dei più grandi o dei più piccoli. Come nelle famiglie antiche, che vivevano nelle fattorie affacciate sul cortile di fianco alla stalla, la vita è dei giovani, ma il vecchio sta a capotavola e spiega a tutti da dove veniamo. Certo, non sappiamo per che cosa davvero un paese faccia più bambini, e forse non lo capiremo mai. Però abbiamo capito la fortuna di questo paese. Ce ne sono migliaia più belli di questo. Ma la bellezza non è solo forma. A volte è soprattutto sostanza. Qui c’è venuto a vivere anche Carlo Lucarelli, con i suoi due figli e sta a un minuto dal palazzo degli anziani e dalla chiesa. Loris, l’ufficiale di Stato civile, rimettendo a posto le sue carte, ci racconta che «siamo sempre stati bene, è la verità. Dagli Anni 60 in poi, c’è stato un benessere diffuso. Da noi le donne lavoravano già tutte fuori casa più di 50 anni fa». Il paese ora lo amministrano i giovani, come dev’essere, perché così stanno attenti a non mandarsi al diavolo il futuro. Il sindaco, Stefano Golini, è il più anziano: 55 anni. Ma il vicesindaco ne ha 28, Rambaudi 39, un altro assessore 32, e la maggioranza dei consiglieri è compresa tra i 27 e i 39. Uscendo dal Comune, ora sulla strada ha smesso di piovere. C’è un grande silenzio attorno. Ci viene da sorridere. Appena usciamo dagli Anni 80, ci ributtiamo nella mischia. Bisogna fare solo qualche chilometro per ritrovare tutto il rumore che ci appartiene.


[Numero: 47]