gli italiani che fanno figli

Verrà la pioggia e avremo un figlio

Ci fa paura il vento, ci fanno paura le nuvole in cielo. Ci fa paura la pioggia, ma arriva un momento in cui non possiamo vivere più senza la pioggia. Senza la pioggia ci sentiamo un deserto. Se non piove ci sembra che tutto si sia seccato, che da noi non nascerà più nulla.

Noi adesso sappiamo che cos’è il mondo, e quante possibilità di scelta, e di futuro, quante strade abbiamo davanti, e che bellezza e che dolore e che eccitazione poter avere tutto, essere tutto, partire da sole o con qualcuno, gettarsi nel mondo, farsi valere, amare, sbagliare, ricominciare, lo sappiamo ancora di più delle nostre madri, più delle nonne: dobbiamo ancora lottare ma molta libertà ci è stata regalata, e come il verso di quella poesia di Mary Olivier, la domanda adesso è questa: «Dimmi, che cosa pensi di fare della tua unica vita, selvaggia e preziosa?». In fondo a questa domanda ne abbiamo sempre, a volte nascosta, un’altra, che ci accompagna lungo tutta l’età adulta: farò un figlio? Verrà la pioggia? Dentro questo mondo, che è mio, lascerò che cominci un nuovo mondo? In Italia nel 2015 sono nati pochi bambini, meno di cinquecentomila, è stato un minimo storico, meno del 2014, meno del 2013, meno figli con gli zaini pesanti e i sorrisi sdentati e fiduciosi ogni primo giorno di scuola. Meno caos, meno pioggia, e le ragioni di questa paura (quando non è la mancanza di desiderio) sono giuste e spesso dolorose: ci sono siepi alte da superare prima di arrivare al mare, ci sono muri di licenziamenti, mutui mancati, di contratti che scadono e ci sono attimi che sono fuggiti nell’attesa dell’attimo davvero perfetto. L’attimo davvero perfetto non esiste, anche questo unico figlio (virgola tre, è la media nazionale) per coppia non è nato da una perfezione, ma da un abbandono coraggioso, a volte invece da un’ostinazione, da aghi nella pancia e speranze incrollabili. Scrivo pensando alle madri, ma la speranza e la paura riguarda moltissimo, anzi sempre di più, i padri che verranno, la loro disponibilità all’incertezza di una nuova certissima vita. Però le madri, le non madri, le future madri, hanno dentro di sé un mistero ancora più profondo, che comprende l’attesa, il corpo, e il salto oltre la siepe. Che va oltre le statistiche, gli studi sulle nuove forme di morbillo e le campagne ministeriali sulla fertilità (e l’indignazione conseguente): tutta la collettiva lucidità di fronte alla difficoltà di fare e crescere figli in Italia, tutte le previsioni sulla pioggia che cadrà si sciolgono davanti a una pancia per strada, a un bambino che cerca la mano della mamma al semaforo, a uno zaino pieno di libri che vorremmo portare sempre sulle nostre spalle e che invece lasciamo a loro, mentre ci fanno ciao con la mano. Amore piove, resta qui sotto l’ombrello. Ma mamma, la pioggia è bellissima, lasciami andare.


[Numero: 47]