gli italiani che fanno figli

Seguiamo l’esempio francese: fare figli non può essere una cosa da ricchi

Professoressa, quanto è libera oggi in Italia la scelta di avere un figlio?

«Non tanto. Quello che emerge dalle statistiche più recenti è che le italiane hanno sempre più difficoltà ad avere bambini. Lo conferma l’esperienza di quelle che alla fine li fanno, e sono state magari costrette a smettere di lavorare o comunque a conciliare con enormi difficoltà la vita familiare con quella professionale. Soprattutto, l’attuale mercato del lavoro porta a decidere di diventare madri un po’ più in là nel tempo, con i problemi che sappiamo. Eppure le leggi in difesa di questo diritto ci sarebbero eccome».

Si riferisce a quella che tutela la maternità, nata negli Anni Settanta sull’onda delle battaglie femministe?

«Resta una legge avanzatissima, all’avanguardia in Europa. Garantisce l’astensione obbligatoria dal lavoro per 5 mesi, tradizionalmente ripartiti in 2 prima e 3 dopo il parto, anche se una recente sentenza della Corte Costituzionale permette una maggiore flessibilità. Più una serie di diritti per la madre, e in alcuni casi anche per il padre, estesi a tutto il primo anno di vita del bambino: riduzione dell’orario di lavoro, permessi di allattamento. Più alcune garanzie per i primi tre anni».

E allora che cosa impedisce di applicarla?

«Un mercato del lavoro sempre più selvaggio, che le leggi non le rispetta o le aggira. Se le tutele vengono meno chi ne fa le spese sono i soggetti più esposti, in primo luogo le giovani donne».

Accade ancora che nei colloqui di lavoro ci si senta chiedere se si ha intenzione di rimanere incinta?

«Purtroppo sì. E anche se si è sposate o se si ha intenzione di farlo, o se si convive con qualcuno. Sono domande che fanno male e che creano una situazione d’incertezza. Successe anche a me, da professore associato sui trent’anni: avevo già due figli, ma alla notizia che ne stava per arrivare un terzo il preside, che pure era una persona meravigliosa, mi rimproverò: ce n’era proprio bisogno?».

Che cosa serve per cambiare mentalità e stato delle cose?

«Ambienti di lavoro favorevoli, in cui le madri non solo non si sentano discriminate, ma vengano valorizzate».

Non è paradossale che proprio il Paese del mammismo si dibatta in queste paludi?

«È grave, soprattutto, che a fronte di tanti bei discorsi il tema degli incentivi alle famiglie non sia mai stato affrontato sul serio. La Francia ha registrato un incremento demografico nel giro di dieci anni garantendo asili nido completamente gratuiti dalla mattina alla sera fin dai tre mesi del bambino, e usando la leva degli sgravi fiscali. Nelle città italiane, invece, non ci sono strutture sufficienti, il welfare non basta e di incentivi non si parla. Avere bambini diventa troppo spesso un costo insostenibile, che solo i ricchi o le donne che scelgono di smettere di lavorare possono permettersi. È questo il tema cruciale, è qui che va impresso un cambiamento decisivo. Servirebbe poi riorganizzare le città, armonizzare i tempi: dei trasporti, delle scuole, dei negozi».

Dove si respira aria di cambiamento?

«Timidamente, nell’ambito delle professioni qualcosa si muove. Ad esempio tra gli avvocati, dove la percentuale femminile è ormai di circa la metà. E se è vero che certe mie colleghe ancora vengono cacciate dagli studi quando comunicano di essere incinte, oggi nel primo anno di vita del bambino una mamma avvocata ha il diritto di chiedere lo spostamento di un’udienza. E anche un’istituzione apparentemente chiusa e intoccabile come la Banca d’Italia ha promosso da tre anni un interessante progetto di inclusione e di lotta alla discriminazione».

Nelle piccole realtà, invece, il cammino da fare sembra ancora interminabile.

«Lì, più frequentemente, vincono il non rispetto delle leggi e la paura. Abusi che bisogna avere il coraggio di scoperchiare e combattere».

(Intervista a cura di Egle Santolini)


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