Come è profondo il male

Quando il demone di Csi tornerà a trovarci

Vivendo un numero infinito di vite, moltiplicate da tutti gli schermi a nostra disposizione, finiamo per crederci prossimi all’immortalità. Anzi immortali. Proprio come si sentono i nostri bambini, i nostri adolescenti, che non fanno poi tanta differenza tra il numero dei morti consumati nella nuova play station e quello masticato dei pop corn. Perché mentre guardiamo il rito sanguinario del serial killer che si compie dentro lo schermo illuminato dal coltello di Dexter, o dai fucili che tuonano sui paesaggi innevati di Fargo, il brivido che ci raggiunge sul divano sollecita la nostra vulnerabilità. Ma anziché farci sentire davvero in pericolo, una sottile eccitazione è lì a rassicurarci. A dirci che (in fondo e grazie al cielo) siamo al sicuro, accomodati nel caldo nutriente della nostra vita domestica, della nostra quieta vita reale, che lo schermo acceso separa da quella sanguinaria della finzione.

E tuttavia la finzione a cui stiamo assistendo non avrebbe presa sulle nostre emozioni se non ci parlasse di una realtà possibile, quella dove si accende il lampo della crudeltà, dove la vertigine dell’irreparabile avviene – al decimo piano di un palazzo romano, ai tavoli di un caffè di Parigi, tra le aule di un campus americano o sotto casa, mentre andiamo al lavoro - e potrebbe persino raggiungerci in quella rotta di geometriche collisioni che chiamiamo destino. Sempre vicinissimo eppure remoto, convinti come siamo che basti pensarlo per renderlo (in fondo e grazie al cielo) impensabile. Nutriti come siamo da migliaia di delitti virtuali – secondo indagini americane: 10 mila l’anno ne accadano davanti agli occhi di uno spettatore medio – non ci impressionano più di tanto i milioni di morti ammazzati che si accatastano nel mondo reale, quello dove ogni giorno si compiono omicidi, attentati, guerre, esodi di massa, genocidi veri, e che ci raggiungono attraverso gli stessi schermi, ma con un impatto del tutto capovolto, perché coperti dal lenzuolo bianco della cronaca nera, da una nuvola di polvere dell’esplosione senza sonoro registrata dal drone, ripuliti da quella premurosa sobrietà di immagini a cui si attengono i network di tutto il mondo per non impressionarci troppo. Come se non sapessero – o facessero finta per eccesso di gentilezza - a quali visioni ci ha abituato l’anatomopatologo di Csi con le sue dissezioni senza pudore di stomaci e bulbi oculari. Gli schermi inondati di sangue ci attraggono come una ipnosi. E rivelandoci chi siamo, di quanta violenza siamo capaci, finiscono per tenercene a distanza in una perturbante catarsi digitale. Almeno fino alla prossima interruzione pubblicitaria, o deflagrazione di vita vera, quando i demoni che ci portiamo dentro decideranno di venirci a trovare.


[Numero: 22]