La giovinezza infinita

Quando Alessandro Magno disse no all’immortalità

Lontano, nell’Asia delle leggende, si stendono le montagne e le vallate del Kafiristan, “Il Paese dei Pagani”, oggi ridenominato Nuristan all’insegna del politically correct, il “Paese della Luce”. Per i persiani e gli afghani che hanno accettato la parola di Allah e la voce del suo Profeta, quella è difatti la terra dei kuffar, gli “infedeli”, i “pagani”. Si diceva un tempo che chi vi abitava fosse più vicino di chiunque altro all’antica culla del genere umano: ma, per quanto le più recenti scoperte della paletnologia tendano a smentirlo, resta più difficile a smentire l’altra credenza, secondo la quale i kafiri sono più di chiunque altro vicini a Dio. Né gli eserciti di Alessandro il Grande, né le truppe di Sua Maestà Britannica, né i reparti speciali dell’Armata Rossa, né i droni degli Stati Uniti e della Nato, né il fanatismo dei taliban importati dalla penisola arabica sono mai riusciti a piegare quegl’instancabili montanari che vivono d’un po’ di latte acido, d’un pugno di riso e d’ogni parola che scende dalla bocca di Dio.

Una vecchia leggenda narra che il grande Alessandro, sazio di conquista, cercasse per ogni dove un’ultima cosa da possedere: la Fontana della Vita Immortale. Gli avevano detto che l’avrebbe trovata laggiù, alle porte dell’India, in quella terra aspra e misteriosa che noi chiamiamo Afghanistan: se ne sarebbe ricordato più tardi, tra gli altri, Rudyard Kipling in uno strano breve romanzo antropo-archeo-fanta-massonico, L’uomo che volle farsi re, che Sean Connery e Michael Caine interpretarono superbamente in un film di alcuni anni or sono. Il grande Alessandro si pose dunque in cammino, con la compagnia di pochi uomini fidati. Giunti sul luogo, furono condotti in alto, sul ciglio d’una profonda grotta che presero ad esplorare al chiarore incerto delle torce. Sulle pareti rocciose, alla luce delle fiamme, scintillavano (visita interiora terrae...) ciottoli risplendenti. Erano forse gemme: ma alcuni tra i compagni del sovrano, attardatisi a raccoglierne, persero il contatto col resto dell’armata e scomparvero. Era una prova iniziatica: non è forse chiamato “oro degli sciocchi” il solfuro di ferro, la pirite, che – inganni delle miniere – splende nei suoi cristalli che prendon nome dal fuoco?

Così, l’uno dietro l’altro, tutti i compagni del re si smarrirono. Pure, rimasto solo, il conquistatore del mondo procedeva impavido, fidente nella sua nascita divina e nelle stelle che lo proteggevano. Trovò alfine un’uscita che dava su un verde prato al centro del quale una sorgente riversava cantando acque purissime in un sottostante bacino. Là presso, un recipiente: Alessandro lo prese, attinse dell’acqua e già si apprestava a berne quando un vegliardo, sorto misteriosamente al suo fianco, gli arrestò il braccio scongiurandolo di non farlo. Alla stupita replica del re – non era forse quella la Fontana dell’Immortalità? – il vecchio glielo confermò con sconsolate parole: e aggiunse ch’egli stesso ne aveva bevuto, divenendo appunto immortale. Aveva veduto così scomparire, l’una dopo l’altra, le persone e le cose che più gli erano care; su di lui gravavano ormai tutte le primavere del mondo ed egli, spaventosamente solo, invano invocava la morte. Il grande Alessandro rimase per un lungo istante immobile, la coppa ricolma nella mano; quindi, lentamente, versò al suolo il mirabile liquido che avrebbe fatto di lui, vincitore di tutti i sovrani e gli eserciti della terra, il vincitore anche della morte. Nel punto esatto in cui l’acqua aveva incontrato il terreno spuntò quasi subito un umile arboscello d’ignaro triticum repens – la povera gramigna decongestionante, diuretica, depurativa, rinfrescante – che né il sole, né la pioggia, né l’uomo riescono mai a vincere. È questa l’unica immortalità che i montanari afghani – i più nobili, i più coraggiosi, i più saggi, si dice anche i più longevi tra gli uomini – sono disposti a riconoscere e ad ammirare. La leggenda di Alessandro e dell’Acqua che rende immortali è antichissima. Nata chissà dove e chissà quando tra Cina e India ha percorso la letteratura indopersiana per finire ai romanzi greci di Alessandro e di lì ai nostri romanzi cavallereschi medievali. Nel frattempo, si affinava. L’indefinita vecchiaia è antico simbolo di eternità: ma più profondo di essa è addirittura l’Eterna giovinezza, il mito che sconfigge il lieto eppure non spensierato, anzi malinconico «Quant’è bella giovinezza – che si fugge tuttavia» del Magnifico Lorenzo.

Forever young. Nel castello della Manta presso Saluzzo un bell’affresco quattrocentesco – realisticamente ispirato ai bagni termali, alle Stuben di allora – mostra la corsa alla bella fontana: cadenti vecchi e fragili vegliarde che vi giungono a fatica, gli occhi brillanti di speranza; che si svestono in fretta e s’immergono anelanti; che riemergono risplendenti di forza e di bellezza, pieni d’ardore amoroso, e con allegra impudicizia si perdono nel bosco vicino inseguendosi vogliosi. Ancora nel Cinquecento il conquistador Ponce de León percorse picchi e foreste del Nuovo Mondo, convinto ancora che fosse l’India, inseguendo le leggende cavalleresche lette sui libri che avrebbero ingannato anche Don Chisciotte e che i racconti dei nativi parevano confermare. Ma il Cristo piagato che si erge sulla sommità della fontana della “Gerusalemme” di Varallo Sesia ammonisce che solo l’acqua e il sangue che escono da Lui sono elisir di eterna giovinezza.

Eppure il mito continua. Quell’elisir di lunga vita hanno cercato di distillarlo in tanti: antichi alchimisti, moderni venditori d’illusioni giovanilistiche sotto forma chimica, molecolare, ginnica, muscolare, solarizzata, salutista, chirurgica, psicoinformatica, allucinogena. Venghino venghino signore e signori al gran bazaar dell’Impossibile. L’immortalità fa parte del Delirio d’Onnipotenza dell’Occidente.


[Numero: 21]