come è profondo il male

Nel nome di Caino

Non è stato Caino il primo criminale, erra un brav’uomo. Caino aveva una maledizione, o una benedizione, sul capo, a lui era stato assegnato il compito di edificare la civiltà umana, di fare delle bande di cacciatori e pastori erranti e meditanti una solida comunità di contadini dediti a spaccarsi la schiena sulla dura terra per poter conservare raccolti per l’anno a venire, e dunque restare per costruire case e città, e porre avi nelle case e governi nelle città, e templi, sì, anche templi in mezzo alle case dove prendersi un po’ di tregua da tutto quel faticare e tornare con quel po’ di cuore ancora salvo ai tempi dorati del leggendario, remoto fratello, quando non c’era niente da costruire, niente da ordinare, ma solo da spartire con Dio quello che il giorno portava. Pur doloroso che sia stato, con tutto il peso dei sensi di colpa che ne sono venuti, Caino non poteva portarsi dietro Abele quando ha preso la strada della Storia, qualcosa doveva morire di divino perché nascesse l’umanità, e non di morte naturale. L’assassinio gli è stato imposto, e se questo non bastasse gli è stata sottratta la facoltà della smemoratezza, così che senza consolazione alcuna hanno tirato avanti a edificare il mondo i figli del fratricida. Ma forse che era mai possibile una alternativa pacifica a quell’omicidio fondante? La Storia è violenza perché senza violenza non ci sarebbe mai stata storia, si è dovuto metterlo per iscritto in un libro e consacrare quel libro, e farlo voce d’Iddio perché non gli venisse a qualcuno la tentazione di tornarci su, di provare a ricominciare d’accapo. D’accapo come? E così viviamo da sempre con Abele sulle spalle che ci bisbiglia qualcosa che non possiamo ascoltare e Caino che guida la nostra mano, e odiamo Abele perché non se ne può più di ‘sta commedia, e odiamo Caino perché il peso di ciò che siamo è francamente insopportabile.


[Numero: 22]