La giovinezza infinita

Matusalemme e i patriarchi, il segreto di lunga vita è la virtù

Non per niente è diventato sinonimo di età veneranda. Se il buon vecchio Metushelah, che è il nome originale di Matusalemme, è beatamente arrivato a compiere l’ineguagliabile record di 969 anni, è pur vero che i patriarchi della Bibbia godono di un tempo della vita per noi (quasi) irraggiungibile e (forse) invidiabile. Abramo, Isacco, Giacobbe lasciano questa terra con addosso un’età a tre cifre. Con un vertiginoso salto cronologico carico di suggestione, ancor oggi in ebraico moderno per il compleanno si augura ad meah veesrim, alla lettera «cento e venti» (impliciti gli anni), l’età in cui Mosè morì. Con un bacio del Signore, come scrive la Bibbia, ma senza poter mettere piede in Terra Promessa benché ci tenesse tanto: l’Onnipotente voleva un totale ricambio fra la generazione che aveva conosciuto la schiavitù in Egitto e quella che avrebbe conquistato la libertà. Non ammise alcuna eccezione e Mosè chiuse gli occhi un attimo dopo averla guardata di lontano, dall’alto di una montagna. Chissà che spasimo fu, l’ultimo suo respiro.

Le età della Bibbia sono da sempre un poco un mistero, un sogno, una recondita speranza. Come mai vivevano così a lungo? L’approccio positivista ci dice che il computo degli anni era approssimativo. Chissà che non fossero solo stagioni, settimane. Certo è che questa nostra contemporaneità si sta pericolosamente avvicinando a tali quote, senza sconti. Merito della medicina, dell’alimentazione, del nostro instancabile slancio verso la chimera dell’immortalità. Allora, al tempo della Bibbia, l’età si conquistava con tanta fatica. E soprattutto, con quell’eccedenza di virtù di cui danno prova i patriarchi. Altrimenti che patriarchi sarebbero?

Gli anni hanno senso se danno senso. La Bibbia e la tradizione ebraica sublimano la vita. «Scegli la vita e non la morte» è il primo precetto, presupposto di ogni altro. In nome della vita è imposto – e non soltanto permesso – trasgredire quasi tutte le leggi. Nel tessuto del testo sacro non c’è nulla che assomigli a «muor giovane chi è caro agli dei»: la vita è un dono prezioso che va preservato e riconosciuto giorno per giorno. La vecchiaia è il culmine della vita: tesoro di esperienza, sinonimo di saggezza. È qualcosa di più, per i patriarchi: il segno della loro virtù. Le loro esistenze strepitosamente lunghe sono la prova del loro valore.

È vero che nessun patriarca è perfetto: Abramo spaccia la moglie per sorella pur di ingraziarsi i favori dell’Egitto. Giacobbe inganna spudoratamente padre e fratello, pur di conquistare la primogenitura che non gli spetta. Anche questo è il bello della storia biblica. Ma i loro anni a tre cifre sono comunque il segno dei loro meriti. Anche quando li colgono di sorpresa, come succede alla matriarca Sara.

«Un figlio, io? Alla mia età? Ma se non ho più il ciclo da un pezzo! Figuriamoci!». Così quella santa donna prende l’annunciazione che la riguarda. Come darle torto? Quando, travestiti da viandanti, gli angeli entrano nella tenda di Abramo e dopo aver fatto finta di mangiare gli predicono la nascita di un figlio, Sara ha la bellezza di novant’anni. Eppure, nove mesi esatti dopo darà alla luce il piccolo Isacco, chiamato così perché in ebraico significa «riderà», proprio come aveva fatto lei ascoltando quell’annuncio. Forse per incredulità, forse per una commozione che non è difficile immaginare, condividere, leggerle negli occhi saggi circondati da un reticolo di rughe profonde che il tempo e il sole del deserto le avevano disegnato sul volto.


[Numero: 21]