Come è profondo il male

Lo scandalo del carnefice-gentiluomo

Certo, le verghe sono più tormentose dei bastoni. Irritano più fortemente, più fortemente agiscono sui nervi, li eccitano oltre misura, li scuotono oltre ogni possibilità di resistenza. Io non so come sia ora, ma in un non lontano passato c’erano dei gentiluomini ai quali la possibilità di fustigare la loro vittima procurava qualcosa che richiama il marchese de Sade e la Brinvilliers. Io credo che in questa sensazione ci sia qualcosa che tramortisce il cuore a tali gentiluomini, dolcemente e dolorosamente insieme. Ci sono delle persone simili a tigri assetate di sangue. Chi ha provato una volta questo potere, questa illimitata signoria sul corpo, il sangue e lo spirito di un altro uomo come lui, fatto allo stesso modo, suo fratello secondo la legge di Cristo; chi ha provato il potere e la possibilità senza limiti di infliggere il supremo avvilimento a un altro essere che porta su di sé l’immagine di Dio, costui, senza volere, cessa in certo qual modo di esser padrone delle proprie sensazioni. La tirannia è un’abitudine; essa è capace di sviluppo, e si sviluppa fino a diventar malattia. Io sostengo che il migliore degli uomini può, in forza dell’abitudine, farsi ottuso e brutale fino al livello della bestia. Il sangue e il potere ubriacano: si sviluppano la durezza di cuore, la depravazione; all’intelligenza e al sentimento si fanno accessibili e infine riescono dolci le manifestazioni più anormali. L’uomo e il cittadino periscono nel tiranno per sempre, e il ritorno alla dignità umana, al pentimento, la rigenerazione diviene ormai quasi impossibile per lui. Inoltre l’esempio, la possibilità di siffatta licenza agisce anche su tutta la società contagiandola: un simile potere è tentatore. La società che guarda con indifferenza un tale fenomeno è già infetta essa stessa nelle sue fondamenta. Insomma il diritto della punizione corporale concesso a un uomo su di un altro è una delle piaghe della società, è uno dei più forti mezzi per distruggere in essa ogni germe, ogni tentativo di civile libertà, ed è premessa sicura del suo immancabile e ineluttabile sfacelo. Nella società il carnefice è aborrito, ma il carnefice-gentiluomo è ben lontano dall’esserlo. Solo di recente è stata espressa l’opinione contraria, ma è stata espressa ancora soltanto nei libri, astrattamente. Perfino coloro che così si esprimono non sono ancora riusciti tutti a spegnere in sé questo bisogno di arbitrio. Perfino ogni fabbricante, ogni imprenditore deve senza fallo trovare un certo quale irritante piacere nel fatto che il suo operaio dipende a volte interamente, con tutta la sua famiglia, soltanto da lui. È così di sicuro; non tanto presto una generazione si libera di ciò che ereditariamente si è deposto in lei: non tanto presto l’uomo rinuncia a ciò che gli è entrato nel sangue, che gli è stato trasmesso, per dir così, col latte materno. Rivolgimenti così repentini non ne avvengono. Aver coscienza della colpa e del peccato di nascita è ancora poco, pochissimo; bisogna disavvezzarsene del tutto. E questo non si fa così in fretta.


[Numero: 22]