Come è profondo il male

L’impossibile perché dell’assassino

In un mondo in cui persino la morte sembra come secolarizzata, svuotata della sua sacralità, uccidere non è mai stato così normale. Chi confessa un delitto racconta spesso un gesto quasi banale, compiuto all’interno di un perimetro di folle ordinarietà, sicuramente liberatorio, come lascia subito intendere Manuel Foffo quando la procura va a interrogarlo a Regina Coeli. Lui è uno degli assassini di Luca Varani, attirato in trappola e seviziato fino alla morte nella casa-mattatoio del Collatino a Roma. Al pubblico ministero chiamato a chiarire ogni cosa, dalla dinamica al movente, espone i dettagli più raccapriccianti e ammette candidamente «Ne cercavamo uno a caso: abbiamo trovato lui». Foffo aggiunge poi che, mentre la vittima agonizzava sotto le sue coltellate, lui pensava di uccidere il padre «con cui ho un rapporto conflittuale e per il quale nutro una profonda rabbia interiore». Più Varani chiedeva pietà, più lui e il suo complice, Marco Prato, affondavano il coltello nella carne.

La confessione psicoanalitica non convince più di tanto lo psichiatra Vittorino Andreoli, uno che Freud lo conosce davvero, e che adesso osserva: «È vero che l’inconscio può condurre a comportamenti estremi, quasi senza averne consapevolezza. Ma il ricorso a un certo linguaggio qui mi sembra legato a un uso disinvolto e improprio che fanno i giovani uomini di oggi della terminologia della psicoanalisi. Quello che a me colpisce in questo caso è il salto, che negli ultimi tempi mi appare sempre più marcato, tra il concetto di violenza e quello di distruttività. Oltre all’uso smodato di ogni genere di droga che mi pare che rappresenti, più che un’attenuante, un’aggravante».

È sicuramente così. Ma se lo specialista è critico sulla lettura freudiana dell’inferno in cui Foffo ha trascinato prima Varani e poi se stesso, le parole del killer di Roma rappresentano comunque una novità, chissà se anche questa figlia della cultura dei social network e delle bacheche digitali, palestra di analisi e commenti sui temi più disparati. Nelle confessioni dei grandi assassini del passato, il movente, la pulsione di morte, è sempre stato il punto debole, come se fosse un gioco eseguire l’autopsia dell’omicidio commesso e terribilmente complicato rispondere alla domanda: perché? Si può uccidere per interesse, per gelosia, per un moto di rabbia. Si può uccidere anche per caso, come il Raskolnikov di Dostoevskij e come è avvenuto a Roma. Ma è una spiegazione sufficiente? Basta davvero così poco?

Angelo Izzo, il massacratore del Circeo, il 12 maggio 2005, in semilibertà per buona condotta, non esita a ricostruire nei minimi dettagli l’omicidio di una madre e di sua figlia a Campobasso: «Volevo portarle nel portabagagli dell’auto, proprio come avvenne con Rosaria e Donatella alla villa di Ghira. Poi ci ho ripensato». Ma quando gli domandano perché, lui balbetta imbarazzato: «Quella donna era diventata opprimente…».

Pietro Maso, che il 17 aprile del 1991 uccise padre e madre con l’aiuto di tre amici nella casa di famiglia a Montecchia di Crosara, Verona, rivive fotogramma per fotogramma il suo personalissimo film dell’orrore ma, alla domanda sul movente, pur raccontando la verità, non riesce ad andare oltre un banale: «Nel novembre 1990 mi è venuto in mente di condurre una vita brillante e quindi mi servivano molti soldi…». Dunque si può arrivare a tanto solo per un po’ di soldi?

Erika De Nardo, la ragazzina che a Novi Ligure il 21 febbraio 2001 fece una mattanza di madre e fratellino, è anche peggio. Precisissima, quasi chirurgica, quando deve illustrare la meccanica della strage («Gianluca abbiamo cercato di annegarlo nella vasca, ma lui ci è sfuggito, lo abbiamo inseguito nel corridoio, colpito più volte e infine riportato nel bagno»), abbassa il capo quando arriva la fatica domanda sulle ragioni del duplice delitto: «Non so, forse in quel momento non ero io». E che dire di Donato Bilancia? L’assassino seriale condannato a 13 ergastoli per aver commesso 17 omicidi tra il 1997 e il 1998 in Liguria e nel basso Piemonte, dice al pubblico ministero che lo interroga: «Io le racconto questi fatti come se fossero episodi qualsiasi. Non riesco ancora a realizzare che cosa è successo».

Il fatto è che ci vuole davvero poco a uccidere. Michele Profeta, il serial killer di Padova, diventato assassino agli inizi degli Anni Duemila, quando ormai era già in età avanzata (è nato nel 1947), l’ha raccontata così: «È come se fossi stato preda del Male, di un’entità che si era imposta e guidava il mio corpo e le mie azioni... I miei pensieri procedevano senza la mia partecipazione, come se qualche cosa scorresse su di me...». Capito? Probabilmente aveva ragione il professor Andreoli quando, vent’anni fa, nel suo Voglia di ammazzare scriveva a proposito della teoria che voleva gli autori di delitti abitanti di un altrove che non ci appartiene: «Ritengo anzi che alcuni omicidi siano compatibili con la normalità. E sono, di conseguenza, contrario a chi sostiene che la valutazione psicologica dell’omicida sia inutile, almeno se tesa a indagare lo stato mentale, e sia, invece, giustificata solo per stabilire la gravità della malattia».

È solo un fumetto, ma le parole di Wolverine, il personaggio creato da Len Wein e Herb Trimpe, fanno pensare: «Caino uccise Abele e il mondo conobbe l’omicidio. È naturale come morire di vecchiaia».


[Numero: 22]