Gli italiani che fanno figli

Le nonne-sandwich non bastano più

Le donne vogliono realizzarsi su tutti i piani. È il cambiamento della coscienza femminile che ha attraversato varie generazioni: vogliono entrare nel mercato del lavoro, rimanerci, essere valorizzate e non emarginate, vogliono potersi aggiornare nel corso della vita, ed essere riconosciute nei loro percorsi di carriera. E vogliono anche essere libere di scegliere di avere i figli che desiderano e quando lo desiderano. «Vogliamo tutto», dicevano le donne della mia generazione, la generazione dei diritti conquistati, intendendo con questo che non si accettavano limiti ai desideri di ciascuna. Tutto era possibile, o meglio, tutto doveva essere possibile. Vogliono tutto anche le donne delle nuove generazioni anche se, dopo un percorso di studi dove eccellono più dei loro coetanei, si trovano a scontrarsi con la dura realtà. Per una donna la vita è un percorso a ostacoli, se si vuole realizzare su tutti i piani, entra più tardi nel mercato del lavoro, si inserisce di più in occupazioni atipiche, la retribuzione è più bassa, è più sotto-inquadrata, e la maternità diventa una criticità, anziché uno degli eventi più belli della vita. Al contrario della paternità, che non crea strozzature agli uomini.

A ciò si aggiunge il fatto che si è fortemente indebolito un pilastro fondamentale del nostro sistema di welfare, le nonne, che spesso devono farsi carico dei genitori anziani non autosufficienti, dei loro nipoti, magari mentre ancora lavorano e hanno un figlio grande a casa. Sono le “nonne sandwich”, pressate da genitori non autosufficienti e nipoti. La loro presenza è cruciale per le donne, ma il loro tempo a disposizione è sempre minore. Abbiamo bisogno di rifondare il nostro sistema di welfare, di redistribuire il lavoro di cura nella coppia e nella società. E nel farlo dobbiamo essere creativi e innovativi. Rompere la rigidità dei ruoli nella coppia, incentivare l’utilizzo dei congedi parentali degli uomini con misure adeguate, aumentare la flessibilità degli orari di lavoro sulla base delle esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici e non solo delle imprese, ampliare la disponibilità dei servizi sociali, e renderne gli orari più flessibili, sviluppare il welfare aziendale specie nelle grandi imprese, trovare forme di coinvolgimento del no-profit, sostenere anche economicamente le famiglie, coscienti del fatto che un figlio costa non solo da piccolo, ma anche da grande, sviluppare il part-time, ma non quello involontario, e renderlo economicamente meno penalizzante.

Fondamentali sono le politiche di conciliazione, che Paesi come la Svezia hanno avviato con molto anticipo, ma attenzione, come sempre ci mette in guardia la sociologa Chiara Saraceno, non bastano da sole, devono essere inserite in un quadro di politiche delle pari opportunità, con misure di contrasto alla posizione monopolistica maschile, altrimenti i meccanismi di esclusione e di emarginazione penalizzeranno sempre le donne. I figli si fanno non in base alle sollecitazioni sguaiate della campagna del Fertility day, ma se si rimuovono gli ostacoli che lo impediscono, se anche gli uomini si assumono le loro responsabilità e se lo Stato ci investe seriamente, non colpevolizzando, ma assecondando il desiderio che c’è e non si traduce in realtà; non dividendo il nostro Paese in “buoni e cattivi compagni”, ma facilitando il compito della cura; non mischiando i problemi di fertilità, importanti, con quelli di fecondità, altrettanto importanti. Così si rischia di fare l’effetto contrario e l’ondata di protesta lo dimostra. Sulla questione figli ogni cittadino e cittadina del nostro Paese deve essere libero, compito delle istituzioni è rendere effettivamente libera la scelta.


[Numero: 47]