La giovinezza infinita

La tentazione senza età del “Come eravamo”

La giovinezza è dappertutto, e allora siamo così giovani da non esserlo mai abbastanza: la parola ragazzo, usata in tutte le fasce di questa ostinata adolescenza esistenziale, non ha più l’effetto straniante che provocava su di me quando ascoltavo i miei genitori, a quarant’anni, chiamare ragazzi i loro amici coetanei (ragazzi?, pensavo scioccata, ma non osavo parlare, dove sarebbero questi ragazzi? Vedo solo persone anziane intorno a me), ragazzi siamo tutti, per sempre, con i capelli alla Donald Trump o con la pelle esageratamente liscia e lo sguardo stupito di chi ha deciso di considerare le rughe soltanto una condizione dell’anima, una debolezza, anzi una perversione. Siamo ragazzi non soltanto per le minigonne e le faccette che mandiamo ai nostri amici su whatsapp, le fidanzate giovanissime, i selfie con la bocca imbronciata e le dita che fanno il segno della vittoria, le questioni sentimentali stabilmente irrisolte, le feste di compleanno con la schiuma, l’affair con il fattorino delle pizze, siamo ragazzi perché, ogni volta che compiamo gli anni, sentiamo nel profondo lo stesso immenso stupore di Barney Panofsky, il protagonista del romanzo di Mordecai Richler: «Ho sessant’anni, accidenti, e non riesco a capire come me li sono beccati». Come ce li siamo beccati, questi decenni in più, questi anni uno dopo l’altro, un virus nell’aria, qualcosa che abbiamo mangiato, è davvero strano perché ognuno, dentro, ha un’età immutabile e precisa, che corrisponde sempre a un grande rimpianto, a un momento irripetibile di cui non ci siamo accorti, troppo occupati e essere giovani senza nemmeno saperlo: ventisette, diciannove, trentacinque. Nora Ephron diceva: «Oh, come rimpiango di non essere stata sempre in bikini quando avevo 26 anni. Ragazze, correte subito a mettervi un bikini e non toglietevelo finché non avete compiuto 34 anni». Non c’è un’età, un limite anagrafico a partire dal quale è concesso per legge cominciare ad avere rimpianti della propria giovinezza: i rimpianti, dentro questa immensa e dolce prateria di coetanei mai adulti e con tendenza all’auto-ossessione, iniziano prestissimo. A trent’anni mettiamo su Instagram le foto di quando ne avevamo venti e ci tuffavamo dagli scogli in Grecia, con la didascalia nostalgica: “The Way We Were”, come se fosse trascorsa, nel frattempo, un’intera esistenza di battaglie per i diritti civili, e non un minuscolo decennio nel quale, tra l’altro, non abbiamo smesso un istante di divertirci. A quarant’anni ripensiamo con struggimento al metabolismo che avevamo a trenta, e alle scelte che non avevamo ancora fatto, alle possibilità che erano lì, in fila, brillanti, cariche di promesse: bastava aprire una porta, chiuderne un’altra, e sarebbe cambiato tutto. La nostalgia non è soltanto una questione di vanità, ma c’è sempre un tempo perduto in cui eravamo ancora più giovani, ancora più immersi dentro una pazza età dell’innocenza. Perché è la consapevolezza a cambiare tutto: si è giovani davvero solo fino a quando, in bikini senza badarci, invincibili senza saperlo, perfino infelici senza un motivo, non c’è nemmeno un minuto di tempo per pensare alla giovinezza.

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