gli italiani che fanno figli

“Il figlio è mio e me lo gestisco io” Ecco perché la fertilità è bene comune

Uno degli slogan più contestati della sventurata campagna pubblicitaria ideata dal ministero della Salute per il “Fertility day” è stato quello che definiva la fertilità “bene comune”. Molte donne – e anche qualche uomo che ha scagliato il suo parere pesante, come Roberto Saviano – hanno reagito con indignazione: ma quale “bene comune”? Quella di fare o non fare figli è una scelta privata, intima, libera. In nessun modo può essere equiparata a beni comuni come l’acqua potabile e l’aria pulita. “La fertilità non è un bene comune” è diventata il nuovo “l’utero è mio e me lo gestisco io”.

Vero. Sacrosanto. Ma discutibile. È ovvio che la scelta di fare o non fare figli è libera e individuale, e quindi è altrettanto scontato che la fertilità non è e non può essere una scelta comune, né tantomeno imposta. Il tempo dei figli alla patria (o al patriarca) è passato da un pezzo, e non tornerà per quanto qualche ultra-minoranza lo fantastichi. Ma è anche vero che, se un Paese smette di crescere, anzi per la prima volta da un secolo va indietro nella popolazione; e se gli indicatori della fertilità non seguono i desideri delle donne e degli uomini ma piuttosto quelli del Pil, dell’occupazione e del potere d’acquisto (le curve delle nascite e quelle dei consumi negli ultimi anni corrono parallele, con una corrispondenza regolare e non riscontrabile in altri Paesi europei); se una o due generazioni, le più colpite dalla crisi economica, stanno rinviando maternità e paternità, rischiando che questo rinvio diventi rinuncia definitiva sia per motivi economici che anagrafici; se così è, la fertilità è un bene comune a rischio, e del comune è giusto che si occupi la collettività, non lasciando i singoli soli a cavarsela quando sono nei guai. Ancora di più è giustificato, poi, l’interesse pubblico sul tema più specifico – connesso, ma non coincidente – dell’infertilità, intesa come patologia o limite del proprio corpo sul quale possono intervenire prevenzione e cura.

Spostando l’attenzione dal progetto al risultato, eccoli: i bambini, esseri rari e preziosi, sempre di meno e dunque sempre più valutati secondo la legge universale della scarsità. Se la fertilità può essere considerata o no un bene comune, sta di fatto che i figli sono sempre più un bene privato. Da curare, nutrire, crescere, sostenere, programmare in modo esclusivo ed escludente: anche perché si ritira, man mano, lo spazio pubblico, e non c’è un’ora della vita dei minorenni che non richieda, in qualche modo, un pagamento, dal baby parking al corso di pianoforte al campo estivo. Così tutti i mercati che li riguardano – dalla procreazione alle scuole private – sono in crescita, in controtendenza coi tempi. Dalla strada alla scuola alla cronaca, le testimonianze del passaggio sono innumerevoli. Qualche giorno fa a Bergamo un aereo è atterrato con notevole ritardo perché un caratterino quattrenne rifiutava di farsi mettere la cintura: i genitori l’hanno spalleggiata e difesa, di fronte alle richieste sbrigative delle hostess. A scuola, la cosa va sotto il nome di “rottura del patto educativo scuola-famiglia”: i presidi hanno sviluppato una linea di assicurazioni personali contro le cause dei genitori, spesso i prof non si azzardano a prendere provvedimenti individuali in caso di indisciplina per paura di ritorsioni, non si contano gli “accessi agli atti” dei genitori che vogliono far rivalutare l’elaborato del figlio. I nostri figli hanno sempre ragione, ma se un “altro” ha un problema, è tutto suo e in nessun modo deve rallentare la classe, dalla quale a volte si chiede di allontanarlo. Anche la guerra del panino, che ha di recente occupato le cronache, può essere vista in questa tendenza alla privatizzazione del figlio: se la mensa non funziona tanto, meglio la schiscetta personale che una noiosa, e forse lunga, lotta collettiva per migliorare il pasto di tutti; o peggio, se il pupo ha gusti suoi, questi dettano legge. In poche generazioni siamo passati da “i figli sono del mondo” a “il figlio è mio e me lo gestisco io”. Ma la gestione dei superfigli costa, e richiede dei supergenitori. Forse anche per questo ci si pensa tanto prima di fare il primo figlio, e il secondo (per non parlar del terzo) diventa una cosa da ricchi.


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