Come è profondo il male

Il confine sottile tra provocazione e qualcosa di importante

La violenza all’arte, come soggetto, è sempre piaciuto. Già nei graffiti delle grotte di Lascaux e Altamira i “cave artists” raccontavano scene truculente di caccia e di battaglia. D’altronde l’immagine più usata nella storia dell’arte, la crocifissione, rappresenta una violenza atroce, anche se poi ci siamo assuefatti e il Cristo in agonia non ci fa più impressione. Ma di esempi ce ne sono a bizzeffe, dalla testa mozzata di Golia nel David di Caravaggio allo sgozzamento di Oloferne da parte di Giuditta nel quadro di Artemisia Gentileschi. Per arrivare ai disastri della Guerra di Goya, al Guernica di Picasso o ai bambini impiccati di Cattelan su un albero nel mezzo di una strada di Milano.

Rappresentare la violenza fa parte del gioco dell’arte. Ma esiste arte violenta, ossia che fisicamente minaccia l’incolumità dello spettatore o che provoca reazioni violente nello stesso spettatore quando la guarda? Assolutamente sì . Quando organizzai una mostra dell’artista Algerino Adel Abdessemed a Torino, dove in mostra avevamo un video di vari rettili e insetti che si mangiavano fra di loro, i difensori dei diritti degli animali reagirono se non violentemente molto animatamente. Ci sono stati però anche artisti per i quali essere violenti era la loro arte. Oleg Kulik, ucraino, usava mostrarsi nudo alle mostre nelle quali era invitato legato a una catena come un cane. Quando i visitatori passavano lui abbaiava e ringhiava ferocemente, un collezionista che si avvicinò troppo fu morso violentemente. Un altro russo, Alexander Brenner, anche lui seminudo nella Piazza Rossa davanti al Cremlino, sfidava con i guantoni da box l’allora leader Boris Yeltsin a scendere in strada e fare a botte. Ma Brenner alle parole faceva spesso seguire i fatti. All’inaugurazione di una mostra accolse il curatore con un mazzo di rose piene di spine iniziando, come performance artistica, a picchiarlo violentemente con lo stesso mazzo. La visione di Marina Abramovic alla Biennale di Venezia del 1997 che in cima a una montagna di ossa le lavava a una a una togliendo sangue e carne era sicuramente un’immagine estremamente violenta . Ma era un esperienza legata al momento storico, quando era in corso la Guerra dei Balcani con le sue atrocità. Lei serba rappresentava in modo fisicamente molto efficace e sintetico le atrocità che in quel momento venivano perpetrate davanti agli occhi del mondo. La sua violenta azione artistica era quindi legittima e non gratuita . Infatti il confine nell’uso della violenza nell’arte sta proprio qui, fra la necessità di doverla mostrare per dire qualcosa d’importante o l’inutilità di usarla solo a scopo di provocazione o pubblicità. Il graffito ad esempio dello street artist è di per sé innocuo, anzi pure efficace, quando si manifesta su superfici abbandonate, ma quando appare sul marmo di un’antica chiesa o sulla faccia di una statua è stupidamente e inutilmente un gesto violento di nessun interesse se non quello del danno. L’arte contemporanea dal dopoguerra a oggi è piena di azioni, performances, provocazioni e gesti che usano la violenza come soggetto per comunicare il proprio messaggio. Lazlo Tot che spacca il naso della Pietà in Vaticano o Tony Shafrazi che scrive “Lies” con la vernice proprio sul Guernica di Picasso, esposto al Moma di New York, per protestare contro la guerra del Vietnam. Ma c’è un video che più di ogni altra opera riassume la brutale inutilità della violenza in qualsiasi forma si esprima nella nostra società. È del poeta e artista americano Vito Acconci che agli inizi degli anni Settanta a una sua mostra si faceva trovare alla fine di una rampa di scale bendato con una mazza di ferro in mano minacciando di colpire chiunque avesse avuto l’ardire di scendere le scale e avvicinarsi a lui. La violenza, per quanto banale possa essere ripeterlo, è cieca, nella vita come nell’arte.


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