Come è profondo il male

“I livelli della violenza, ecco dove intervenire”

Come nasce la violenza? È il frutto di un istinto innato nella natura umana? O la colpa è di un fattore esterno, la risposta a una frustrazione? Un tema su cui psicoanalisi, biologia, etologia, sociologia riflettono da sempre. La professoressa Donata Francescato, una carriera da ordinario di Psicologia di Comunità all’Università “La Sapienza” di Roma, coordinatrice dell’European Network of Community Psychology, membro dell’European Network of Affective Education e dell’ European Association Of Community Psychology (Ecpa), chiarisce subito che non esiste una risposta. Almeno non solo una. Perchè le scoperte della neurobiologia ci dicono che l’intergioco tra cervello e ambiente è continuo, sin dalle prime ore di vita. E trovare l’algoritmo della malvagità è impossibile. Ma alla fine vai a vedere che la culla di tutto sono gli occhi.

Professoressa Francescato, il male scorre e monta nella nostra vita tutti i giorni: due ragazzi che vogliono vedere «che effetto fa» uccidere, il terrorismo, la violenza sulle donne... Perchè l’istinto di morte prende il sopravvento?

«Purtroppo non esiste una sola risposta. E per capire il circuito vizioso in cui si alimenta la violenza il discorso va allargato».

Allarghiamolo.

«La violenza si espleta a cinque, sei livelli diversi che si alimentano tra di loro: il livello personale, di coppia, familiare, lavorativo, politico sociale e soprattutto, mediatico».

Ancora la storia che è sempre e tutta colpa dei media?

«No, certo che no. Ma non possiamo ignorare il fatto che la violenza è anche un comportamento imitativo, su questo non ci sono dubbi. Basta farsi un giro su You Tube per essere esposti a una dose senza limite di violenza. Le immagini sono molto importanti perché le ricerche sui neuroni specchio ci mostrano come noi umani siamo suscettibili a imitare comportamenti che vediamo. E non c’è mai stato come in questo momento una tale abbondanza di esempi negativi di violenza accessibili a tutti tramite internet e i social network».

Va bene, ma come si trasforma l’immagine in pulsione e poi in atto?

«Ci sono dei detonatori, tra questi la rabbia e la paura. E a livello del singolo oggi c’è molta più paura di un tempo del futuro, c’è incertezza, frustrazione. È difficile trovare ideali di vita in cui credere e opportunità ambientali per realizzarsi. Questo avviene anche a livello interpersonale: i rapporti di coppia sono molto più complicati di prima. Le persone se riescono a trovare un buon lavoro e un buon partner hanno risolto metà delle problematiche della vita. È molto più difficile oggi mantenere un rapporto di coppia a lungo. E l’accumularsi nella vita delle persone di grossi dispiaceri o fallimenti, è un fattore che aiuta l’emergere di forme di violenza».

L’episodio di Roma, dei due trentenni che hanno torturato e ucciso un ragazzo per vedere «che effetto faceva». Che idea si è fatta?

«I freni inibitori sono diminuiti, anche in personaggi pubblici e autorevoli, come i politici o gli sportivi. L’uso di termini molto aggressivi è del tutto sdoganato, e si moltiplicano gli esempi di demonizzazione dell’altro. E la violenza verbale si può trasformare in violenza fisica. Poi c’è la droga, altro detonatore».

Si è parlato molto della responsabilità dei padri, delle famiglie. Che ne pensa?

«Cervello e ambiente interagiscono nella formazione di una personalità. Certamente oggi ci sono genitori che non sanno bene come educare i figli, che non forniscono loro le regole, le certezze, i limiti che sono la bussola della nostra esistenza. E così i ragazzi nel rapporto con loro stessi sono meno capaci di esercitare regole, come per esempio evitare di drogarsi. O di capire che sballarsi con sostanze o alcol ha delle conseguenze. Droga e alcol si aggiungono ai fattori che fanno esplodere la violenza. Come le dicevo non c’è mai una causa, ma un circuito di cause».

Quando parla di detonatori vuole dire che la violenza è nell’uomo come una predisposizione?

«C’è una componente genetica, ma tutte le ricerche recenti mostrano che il cervello è plastico e può cambiare con le esperienze. Se io ho la propensione a fare cose negative ma ne sperimento di positive anche il mio cervello si modifica. Non si è schiavi di una predisposizione all’aggressività, ma ci sono fattori che alimentano la violenza e fattori che alimentano comportamenti pro-sociali. Fare volontariato, dedicarsi agli altri, a una propria passione, crea felicità. Mentre esporsi a immagini narrative violente crea negatività e fa montare l’aggressività».

Esiste un’età più «fertile» per lo sviluppo della violenza?

«La preadolescenza e l’adolescenza. Ma anche qui non esiste una sola risposta: basti pensare che ci sono già alle scuole materne bambini che hanno atteggiamenti aggressivi. E perciò è importante l’educazione e fornire loro regole pro-sociali».

Quindi esiste una responsabilità dei genitori per i comportamenti violenti dei figli?

«Bisognerebbe fare un’analisi molto approfondita caso per caso. Capire quali narrative hanno in testa questi ragazzi, uditive e visive, come sono cresciuti, dove. Bisognerebbe analizzare la storia familiare, sapere come gestivano la rabbia, l’ira, la gelosia, i genitori, i nonni. L’influenza è dei contesti sulle persone e delle persone su contesti. Ma puoi sempre intervenire a ciascuno dei cinque-sei livelli di cui parlavo. Certamente la disattenzione parentale non aiuta».

Sesso e violenza. Un binomio purtroppo sempre più comune. Spesso fatale.

«Torniamo all’esposizione alle immagini. I ragazzini, i bambini attraverso internet hanno accesso a una visione distorta della sessualità. Assistono troppo precocemente, senza strumenti critici a rapporti violenti, al sesso vissuto come un rapporto di forza, non anche di incontro, di amore. E questo li forma, li condiziona, inevitabilmente. Crea delle sinapsi pericolose nel cervello».

Gli uomini sono più aggressivi delle donne. È ancora vero?

«Certamente nel maschio c’è più aggressività. Gli uomini sono orientati all’edonismo e al potere e la violenza è il massimo potere sugli altri, come uccidere ne è il culmine. Ti senti Dio».

Si può dire, in sintesi, che la violenza nasce dai nostri occhi?

«La buona notizia è che non siamo impotenti. Possiamo scegliere su cosa soffermarci, cosa guardare. Il mondo è pieno di cose belle. Questo è il libero arbitrio che abbiamo. Un genitore non può allontanare i figli dalla televisione, ma può aiutarli a scegliere».


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