come è profonso il male

Ghigliottine e Ziklon B, così la morte viene privata della passione

Lo sterminio degli ebrei ebbe un inizio piuttosto complicato e macchinoso. Si praticavano fucilazioni di massa che duravano giornate intere, e che i soldati tedeschi reggevano con l’alcol e spesso non reggevano comunque, e uscivano di senno. Troppe grida, troppo sangue, troppa morte in presa diretta. Si provò con il monossido di carbonio, cioè il gas di scarico dei camion riversato in stanze chiuse attraverso tubi supplementari; soluzione poco efficace: si dovevano ammassare poche persone in spazi ristretti e la morte era molto lenta, e aveva fastidiosi effetti collaterali, il più evidente il terrore e la sofferenza dei condannati, e anche qui urla e urla per delle mezzore. Rudolf Höss nelle sue memorie (Comandante ad Auschwitz, con prefazione di Primo Levi, Einaudi) si descriveva come una specie di filantropo perché a lui si deve l’introduzione dello Zyklon B (nel libro Cyclon B), un insetticida inventato alla Bayer negli anni Trenta, e per la classica ironia del destino da un ebreo tedesco. Lo Zyklon B, come tutti sanno, usciva dalle docce al posto dell’acqua e uccideva in pochi minuti (relativamente pochi, l’agonia durava fino a un quarto d’ora) centinaia di prigionieri. Höss era piuttosto orgoglioso, la riduzione del dolore era evidente, e i termini macelleria o mattanza o carneficina non erano applicabili al suo sistema: adempiva il dovere nel modo più efficace, in poco tempo, e persino nell’interesse delle vittime. La violenza anestetizzata non è una peculiarità del Novecento: anche Joseph-Ignace Guillotin presentò all’Assemblea nazionale francese (1789) la sua invenzione, appunto la ghigliottina, con la fierezza del medico che ha trovato il modo di infliggere la morte senza sofferenza. Poi, certo, negli anni immediatamente successivi la ghigliottina ebbe larghissimo uso e con implicazioni scenografiche notevoli: mille libri descrivono il selciato perennemente rosso di sangue della piazza, che allora si chiamava piazza Luigi XV, poi piazza della Rivoluzione, adesso piazza della Concordia per una speciale edulcorazione della memoria, concetto non del tutto estraneo al tema che stiamo trattando. Però il Novecento è il secolo in cui si esalta l’idea dell’anestesia della violenza, la si ripulisce dall’efferatezza compiaciuta nei tempi precedenti, quando l’ingegno umano aveva escogitato le torture più sofisticate e strazianti, talvolta la si privatizza. Perfetto l’esempio delle iniezioni letali negli Stati Uniti ma anche nell’Unione sovietica di Stalin spesso ci si preoccupa di tranquillizzare la vittima: il Nicola Rubashov di Arthur Koestler (Buio a mezzogiorno) è uno dei mille e mille fantasmi abbattuti alla Lubianka con una pistolettata alla nuca nel preciso istante in cui pensavano di averla scampata. Probabilmente anche Aldo Moro è stato eliminato così. Nel Novecento, periodo in cui si è ammazzato come mai in precedenza, e coi sistemi più vari, con le motivazioni più alte o più basse, con le armi più abbondanti e micidiali, la novità è stata l’abolizione della crudeltà come soddisfacimento morboso. Le bombe su Hiroshima e Nagasaki sono quanto di più lontano dai saccheggi e dagli stupri e dai corpi passati dalla spada che erano l’unico esito della guerra: in un lampo si spazza via una città con dentro civili, vecchi, donne e bambini, senza nulla di orrendamente rituale, ma soltanto per un calcolo matematico, per una gelida necessità della storia: ti fulmino, ma niente di personale. E questa, forse, è stata la forma più perfetta di violenza: la violenza senza passione.


[Numero: 22]