Gli italiani che fanno figli

Crescete e moltiplicatevi Il precetto biblico è ora spartiacque sociale

Quanto c’è di istinto e quanto di cultura nel desiderio di fare figli? Dove nasce, invece, la paura di mettere qualcuno al mondo e lasciarcelo dopo di noi? La Bibbia sembra rispondere in modo diretto e inequivocabile, sin dall’alba della creazione o quasi. Quando la coppia primigenia viene cacciata dal giardino dell’Eden per via di quel famoso boccone proibito, la donna prende il nome di “Eva” perché è «madre di ogni vivente». Di lì in poi il Signore ripeterà spesso ai suoi discendenti «Crescete e moltiplicatevi». L’imperativo della fecondità è dunque un dettato primario: ma se tutti gli altri esseri viventi provvedono a riprodursi per istinto, a quanto pare all’umanità bisogna ribadire continuamente il concetto.

Nel mondo ebraico, del resto, i figli sono da sempre la ricchezza principale, il patrimonio che garantisce la continuità della storia di un popolo vissuto disperso fra le genti, ai quattro angoli del mondo. E così tutto ciò che va nella direzione della fecondità è più che bene accetto, anche dai conservatori più severi. Quando si parla di fecondazione assistita, ad esempio, anche i rabbini ultraortodossi non solo la ammettono ma anzi la impongono alle coppie che hanno problemi di sterilità. E in Israele è una pratica comune, comunemente accettata da molti anni. Ma è anche vero che per quanto piccolo, l’universo ebraico nel mondo e in Israele è assai variegato, e se gli ortodossi si riproducono con molto slancio i “laici” tendono a fare sempre meno figli. Se il figlio unico resta inammissibile un po’ per tutti, le giovani generazioni non vanno oltre i due o tre pargoli.

Quando invece c’è la fede di mezzo, il discorso è ben diverso, e non solo per il popolo d’Israele che da sempre “abita” il testo sacro e la sua legge. In un universo religioso come quello ebraico niente affatto uniforme c’è forse un unico comune denominatore, che è la fecondità. Le famiglie osservanti fanno tanti figli perché ogni figlio è una benedizione, un dono, una ricchezza inestimabile. Più ne arrivano meglio è. Senza far elucubrazioni sull’opportunità del momento, sui sacrifici previsti, su tortuosi calcoli di costi e benefici. Questa fecondità è il grande spartiacque fra società religiosa e società laica, e non solo nel mondo ebraico. È anche, forse soprattutto, il segno di modelli di vita opposti.

I religiosi fanno tanti figli perché la Bibbia glielo comanda, e possono farlo non tanto perché hanno una struttura familiare arcaica, cioè allargata, alle spalle. O una società interna capace di garantire una assistenza. Oggi come oggi la comunità – che sia lo Stato (che pure, nel caso di Israele, ha un articolato sistema di welfare) o il nucleo ristretto entro il quale vivono i gruppi religiosi – non è il supporto principale. Non è tanto questo a permettere loro di riprodursi (quasi) forsennatamente, quanto le loro esigenze in fatto di qualità della vita. Viaggi? Shopping? High Tech? Svaghi? Sport? Ristoranti? Nulla di tutto questo conta. O va messo in conto. Chi ha fede – e l’ebraismo è un’ortoprassi, cioè una serie di comportamenti che la fede impone, prima ancora che dogma e preghiera – coltiva un’idea di qualità della vita molto diversa da quella di chi non ce l’ha, la fede. Insomma, ci si accontenta di poco perché c’è un solo “tanto” che conta: i figli. Ai quali, poi, non si cerca di garantire soggiorni di studio all’estero, guardaroba al passo coi tempi, beni di consumo più o meno indispensabili, ricchi bagagli di belle esperienze. “Basta” che seguano le orme dei genitori, secondo un principio di stabile conservazione. Della specie, della fede, dello stile di vita. Difficile, se non impossibile, dire dove siano più di casa la felicità e la giustizia, se fra chi sceglie una vita ricca e imprevedibile e chi ha come aspirazione primaria la continuità. Fra chi mette al mondo un figlio – o non lo fa – dopo lunghe e tormentose riflessioni, calcoli, dubbi, crisi di coscienza, e chi lo fa senza pensarci, a oltranza, perché così vuole Iddio. Certo è che nel mondo ebraico e in Israele in particolare gli uni vivono accanto agli altri, magari anche a distanza ravvicinata, nello stesso isolato urbano, e si guardano a vicenda di sottecchi, a volte con simpatia a volte (più spesso) con reciproca diffidenza, come due marziani approdati qui da due pianeti diversi e remoti.


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