Gli italiani che fanno figli

Così rinunciai ad avere bambini miei

Non avevo fratelli, nessun paragone poteva rivelarmi che certe licenze mi erano vietate a causa del mio sesso. Le costrizioni che mi venivano imposte le imputavo soltanto alla mia età; mi rammaricavo vivamente della mia infanzia, mai della mia femminilità. I ragazzi che conoscevo non avevano nulla di prestigioso. Il più sveglio era il piccolo René, ammesso in via eccezionale a fare i suoi primi studi all’Istituto Désir; ma io ottenevo voti migliori di lui. E la mia anima, agli occhi di Dio, non era meno preziosa di quella dei maschietti: perché avrei dovuto invidiarli?

Se consideravo gli adulti la mia esperienza era ambivalente. Su certi piani papà, il nonno, gli zii, mi apparivano superiori alle loro mogli. Ma nella vita quotidiana, Louise, la mamma, quelle signorine, tenevano il primo posto. Madame de Ségur, Zénaide Fleuriot, prendevano a protagonisti bambini, e subordinavano loro gli adulti. Perciò, nei loro libri, le madri occupavano un posto preponderante. I padri contavano un bottone.

[…]

Nei miei giochi mi adattavo alla maternità solo a condizione di negarne gli aspetti nutritivi; mia sorella ed io avevamo un modo particolare di considerare le nostre bambole, e disprezzavamo le altre bambine che ci si divertono con incoerenza; le nostre bambole sapevano parlare e ragionare, vivevano contemporaneamente a noi, allo stesso ritmo, invecchiando ogni giorno di ventiquattro ore: erano i nostri doppioni. Nella realtà mi dimostravo più curiosa che metodica, più zelante che meticolosa; ma accarezzavo volentieri schizofrenici sogni di rigore e di economia, e per soddisfare questa mania utilizzavo Biondina. Madre perfetta di una bambina modello, le impartivo un’educazione ideale di cui ella traeva il massimo profitto. Accettavo la discreta collaborazione di mia sorella che aiutavo imperiosamente ad allevare i suoi propri bambini. Ma rifiutavo che un uomo mi defraudasse delle mie responsabilità: i nostri mariti erano sempre in viaggio. Nella vita, lo sapevo bene, le cose andavano in tutt’altro modo. Una madre di famiglia è sempre affiancata da uno sposo, ed è oppressa da mille compiti noiosi. Quando mi figuravo il mio avvenire queste servitù mi apparivano così pesanti che rinunciai ad avere bambini miei; ciò che mi importava era di formare delle menti e delle anime; decisi che avrei fatto la professoressa. Tuttavia l’insegnamento come, lo praticavano quelle signorine, non dava all’insegnante una presa abbastanza significativa sull’allievo; bisognava che questo mi appartenesse in modo esclusivo: avrei pianificato le sue giornate nei minimi particolari, ne avrei escluso ogni imprevisto; combinando con ingegnosa esattezza occupazioni e distrazioni, avrei sfruttato ogni istante senza sprecarne uno. Non vedevo che un mezzo per realizzare questo fine; avrei fatto l’istitutrice presso una famiglia. I miei genitori gettarono alte grida.

(Da Memorie di una ragazza perbene

Traduzione Bruno Fonzi, Einaudi 1960)


[Numero: 47]