La giovinezza infinita

“Con l’editing del genoma i vecchi ringiovaniranno”

I centenari in Italia sono 19 mila. Tra loro 17, uno ogni tre milioni e mezzo di individui, hanno superato la soglia dei 110 anni. Che cosa ci possono insegnare sulla longevità e sulle speranze di un invecchiamento in salute? All’Università di Bologna, il gruppo di ricercatori guidati dall’ immunologo Claudio Franceschi li sottopone a uno studio che ha cominciato a dare frutti sorprendenti.

Professor Franceschi, esiste una strategia per vivere più a lungo ma soprattutto per limitare gli aspetti negativi della senescenza?

«Sì, ma serve una premessa. Almeno dal De senectute di Cicerone ci si chiede se l’invecchiamento sia una malattia oppure no. Nel primo caso, dovremmo essere tutti sottoposti a cure. Fin dal giorno in cui nasciamo, visto che è lì che comincia l’invecchiamento, e può immaginarsi quanto questo possa far gola all’industria farmaceutica. Per la seconda corrente di pensiero, invece, l’invecchiamento è un fenomeno comune a tutti che va distinto dalle malattie».

E lei che ne pensa?

«Che dividere il mondo in bianco e in nero sarebbe molto più comodo, ma che è necessario distinguere fra molte sfumature di grigio. Preferisco usare il modello del continuum, della gamma di possibilità: tra l’ultracentenario che non soffre di alcuna delle malattie legate all’invecchiamento, come quelli che teniamo sotto osservazione noi, e chi magari ha un infarto a quarant’anni, si apre una casistica infinita. Lo studioso ha l’obbligo di differenziare».

Che cosa c’insegnano i vostri ultracentenari?

«Prima di tutto, che esiste la possibilità per gli esseri umani di arrivare alle soglie estreme della vita senza patologie evidenti legate all’età: sono persone in grado di parlare, di camminare, di leggere il giornale. Poi, che la longevità e il buon invecchiamento corrono per le famiglie: molto spesso i figli dei centenari, che veleggiano sui 70, dimostrano un’analoga resistenza alle malattie».

Una condanna per chi non può far conto su un Dna così favorevole?

«Niente affatto. Per esempio, mappando i geni dei centenari alla ricerca delle varianti legate o meno alla longevità, eravamo convinti di non trovare quelle connesse all’obesità. Non ci si aspetta che chi è predisposto a essere obeso campi fino al secolo».

E invece?

«Le abbiamo trovate eccome. Ma dato che i nostri soggetti sono nati tra il 1904 e il 1908, e hanno vissuto a lungo in un’Italia in cui ci si nutriva in modo più parco e dove ci si muoveva di più, quelle predisposizioni genetiche sono riusciti a disinnescarle del tutto. Il che è molto incoraggiante. Se hai avuto almeno un genitore longevo parti con il piede giusto. Ma anche se non l’hai avuto puoi intervenire sullo stile di vita. Alimentazione, attività fisica. Un ambiente antropologicamente favorevole: il mantenimento di legami familiari e sociali. Una forte attenzione agli stimoli cognitivi».

Cominciamo dalla nutrizione: è confermato l’effetto benefico della dieta mediterranea?

«Da tutti gli studi. Riduce di sicuro il rischio di malattie cardiovascolari, tumori, diabete di tipo 2: ma sul perché ne sappiamo ancora abbastanza poco. È per questo che stiamo conducendo una ricerca importantissima, chiamata NU-AGE, su 1250 individui tra i 65 e i 79 anni reclutati in cinque Paesi europei».

Può anticiparci i risultati?

«Per esempio: a differenza di quello che potevamo aspettarci, maschi e femmine continuano a essere straordinariamente diversi anche dopo la menopausa. Questo potrà avere conseguenze notevolissime nel futuro, e va nella direzione della specializzazione, del trattamento mirato dei casi. Analogamente, un sessantacinquenne non deve nutrirsi come un ottantenne o come un centounenne».

Vale il consueto principio della limitazione della carne?

«Va fatta un’importante distinzione. Si consiglia di limitare le proteine in età più giovane, ma dai 65 anni vanno assunte eccome: altrimenti si rischia di indebolire il tono muscolare e di limitare la capacità di movimento, con conseguenze gravi».

Ci spiega che cos’è l’inflammaging?

«Una mia scoperta del 2000 che riceve continue conferme: il fenomeno più notevole che si verifica con l’invecchiamento è un’infiammazione cronica di basso grado non dovuta a infezioni, che sta alla base delle patologie correlate all’età: malattie cardiovascolari, tumori, Alzheimer, Parkinson, diabete di tipo 2. Ci siamo chiesti se l’alimentazione di tipo mediterraneo potesse contrastarlo. E i primi risultati di NU-AGE sembrano andare in questo senso».

Vi siete concentrati anche sullo studio del microbiota, il complesso sistema batterico presente nell’intestino.

«Un universo: 100 trilioni di batteri, milioni di specie. Abbiamo dimostrato come sia in costante rimodellamento: un nucleo di specie resta stabile, ma anche in età avanzatissima altre specie subdominanti assumono un ruolo importante, che potrebbe rivelarsi metabolicamente molto favorevole. Inoltre, sono sempre meglio indagati gli stimoli che dall’intestino, attraverso il sangue e il nervo vago, raggiungono il cervello, il che significa che si potrebbero instaurare collegamenti fra l’alimentazione e l’attività cognitiva».

Quanto contano quelli che ha chiamato stimoli cognitivi?

«Moltissimo. Come la ricchezza della rete che si stabilisce intorno all’anziano. Un altro studio condotto qui a Bologna sulla cosiddetta frailty o fragilità, la sindrome dell’invecchiamento che consente di predire morbilità e mortalità nei successivi tre-cinque anni, dimostra che, almeno in questa città, il soggetto più a rischio è maschio e solo. La solitudine conta più dell’aspetto socio-economico: si mangia male, ci si deprime, si entra in un circolo vizioso pericolosissimo. Le donne reagiscono meglio, proprio perché multitasking, meglio abituate a cavarsela. E infatti, pur presentando in media uno stato fisico peggiore dei maschi, vivono qualche anno di più».

Quali sfide ci aspettano in futuro?

«Arrivano dalla comunità scientifica due novità strabilianti. La prima è la riprogrammazione delle cellule mature che ha fatto vincere il Nobel al giapponese Shinya Yamanaka. La cellula cutanea di un centenario può essere fatta retrocedere a uno stadio meno differenziato di sviluppo: con la possibilità in futuro, per esempio, di curare i diabetici con cellule pancreatiche di un centenario che il diabete non l’ha mai avuto. La seconda è l’editing del genoma, cioè la capacità di sostituire un segmento di Dna in un punto preciso della catena, in modo che una variante “cattiva” diventi “buona”. Molti milioni di dollari vengono spesi soprattutto negli Stati Uniti, dove l’ossessione per la giovinezza si intreccia a quella per il denaro. A Stanford hanno giustapposto le cicatrici di un topo giovane e di un topo anziano, incrociando i vasi neoformati e dimostrando che il vecchio, per così dire, ringiovanisce. Può immaginarne le ricadute commerciali? ».


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