ci manca tanto una utopia

I migranti ultimi utopisti in Europa cercano anche Dio

Le tappe del viaggio di Morris verso l’Europa: tre mesi, 7000 km

Il Paradiso è l’opposto dell’Inferno e per un ragazzo di 18 anni che vive in Nigeria, nello stato di Edo, che ha studiato in scuole cattoliche e vede i film americani, il Paradiso siamo noi, l’Europa, l'utopia, la società ideale «dove tutti sono ricchi, non ci sono diseguaglianze, la gente è ben vestita e profumata, non c’è violenza». E dove magari si può sperare di incontrare Dio: «Quando sono partito pensavo davvero che in Europa da qualche parte ci fosse il trono del Signore, fisicamente». Lo dice ridendo oggi, Morris, che da un anno e quattro mesi vive a Torino. Non l’ha incontrato, Dio. Ma il suo è un romanzo di formazione violento e disperato, la vita di un ragazzo di vent’anni che racchiude storie che non riusciremmo a attraversare in un’intera esistenza.

«Quando sono partito pensavo davvero che in Europa da qualche parte ci fosse il trono del Signore, fisicamente». Lo dice ridendo oggi, Morris, che da un anno e quattro mesi vive a Torino.

Per capire che in Europa non avrebbe incontrato la società perfetta ma, forse, solo i benefici di un’economia un tempo florida, Morris ha attraversato tre Paesi (la Nigeria, il Niger, la Libia) su mezzi di fortuna e camionette dove «si stava talmente stretti che si doveva viaggiare con le gambe di fuori». Tre giorni e tre notti le ha passate in mezzo al Sahara «dove fa talmente caldo che la mia pelle scura si bruciava» e poi due mesi bloccato in Libia in attesa di attraversare il Mediterraneo. Lui e il fratello, Joseph, a lavorare in un autolavaggio per pagarsi il viaggio. Può un sogno far accadere tutto questo? Può. Utopisti sono i migranti, pronti a tutto per rincorrere un luogo immaginato.

Un giorno in quell’autolavaggio, vicino a un supermercato, arrivano i colpi di pistola di una banda di criminali che spara durante una rapina. Il fratello di Morris, 16 anni, muore. «Mi pento ancora di averlo portato con me: era solo curioso di vedere l’Europa». A quel punto Morris fugge da Tripoli con un barcone, strapieno, 120 corpi, donne incinte e bambini. Con il buio salpano dalla Libia e al mattino arrivano in acque internazionali. Sos, una barca delle Nazioni Unite li porta in salvo a Lampedusa. L’Europa, il sogno, il paradiso, l’utopia.

E il sogno oggi passa per le unghie macchiate dal lavoro nei campi e dal rosso dei pomodori: otto ore al giorno a raccoglierli. E il pomeriggio a scuola per ottenere la terza media. Ha vent’anni Morris, ma ti guarda con occhi da giovane saggio e dice: «Ti sei mai chiesto perché da tutta l’Africa le persone continuano a partire verso l’Europa?». Non vogliono rinunciare al sogno, giusto? «In tanti fuggono perché ci sono le guerre. Ma nel mio Paese non è così. In molti credono ancora che qui la società sia perfetta. Magari che incontreranno Dio. Io glielo dico ai miei amici che non è come pensano. Ma loro credono che non voglia farli venire. Che voglia tenere il benessere tutto per me. Era successo lo stesso anche a me: lo avevano detto e non ci ho creduto».

Ha vent’anni Morris, ma ti guarda con occhi da giovane saggio e dice: «Ti sei mai chiesto perché da tutta l’Africa le persone continuano a partire verso l’Europa?».

L’aspirazione universale a un futuro migliore. L’eterna utopia del migrante che fa muovere il mondo. La costruzione di una vita diversa in un altro luogo. La legittima aspirazione a farlo. Tornano in mente le immagini di “Nuovomondo” di Emanuele Crialese: quando gli italiani partivano alla volta degli Stati Uniti. Un viaggio folle, terrificante. Verso un sogno semplice, per persone semplici, abituate al lavoro nei campi: in America c’erano carote, patate, ortaggi grandissimi. Sufficienti a sfamare tutti. A debellare la fame. Poi “L’Ammerica” siamo diventati noi. E ancora non ci abituiamo all’idea di una società che accolga i sogni degli altri, quelli che noi oggi inseguiamo con voli low cost e ristoranti italiani a Berlino.

Poi “L’Ammerica” siamo diventati noi. E ancora non ci abituiamo all’idea di una società che accolga i sogni degli altri, quelli che noi oggi inseguiamo con voli low cost e ristoranti italiani a Berlino.

L’integrazione è difficile e a sentir parlare Morris, che non rimpiange la sua scelta e dice di comprendere perché non sempre tutti lo trattano bene, torna anche in mente il Fanon di Pelle nera, maschere bianche. In questi giorni alla Biennale di architettura di Venezia sarà presentata un’installazione in cui artisti e abitanti di Veddel, un quartiere di Amburgo in cui convivono cinquemila persone di oltre 60 nazionalità, apriranno un’ambasciata temporanea a Venezia. È la nuova utopia su cui puntare, quella dell’integrazione. Dove i confini non sono limiti, ma luoghi di transizione e contaminazione.

In fondo quando Morris è partito non conosceva la differenza tra Italia, Francia o Germania. Lui voleva arrivare in Europa. E la frontiera dell’Europa siamo noi. Una storia da raccontare anche a Bruxelles.


[Numero: 46]