Ci manca tanto unUtopia

Utopia, un modello di valori ma non pensate di realizzarla

La parola ha un’origine greco-antica, ma gli antichi Greci non la conoscevano. Utopia - da ou (non) e tópos (luogo) - è un conio introdotto nel 1516 da Tommaso Moro, giocando sull’omofonia (in inglese) tra utopia e eutopia (luogo buono), per dare il titolo alla sua opera più famosa, in cui raccontava una città ideale installata su un’isola immaginaria. Un «non luogo», dunque, come quelli di Marc Augé, con la differenza che i non luoghi teorizzati dall’antropologo francese sono luoghi reali ma privi di identità (e quindi di valore), mentre quelli dell’utopia sono ricchi di valore e però privi di realtà.

Anche ai vagheggiamenti utopici, tuttavia, è accaduto di diventare reali: e allora si sono per lo più tramutati nel loro opposto, come storicamente hanno insegnato i diversi tentativi di costruire le società ideali comuniste, e come allegoricamente è raccontato, per esempio, nella orwelliana Fattoria degli animali. Per questo la parola utopia ha oggi una connotazione ambigua, che oscilla tra il desiderio irrealizzabile e la deriva distopica.

Se però torniamo all’antica Grecia, dove la parola non esisteva ma ne era ben presente l’idea, un equivoco del genere non si pone. A parte personaggi come l’architetto Ippodamo da Mileto, che nel V secolo a.C. contribuiscono a fondare il paradigma della «città perfetta» in vista della deduzione di nuove colonie, la versione pop dell’utopia ritorna di continuo nella commedia attica, in Aristofane ma anche prima, sotto forma di un (palesemente favoloso) «Paese di Bengodi». Il poeta comico Ferecrate, nei Persiani, dipinge agli occhi dei divertiti spettatori una Persia favolosa in cui «gli alberi buttano foglie di capretti arrosto, di trippe, di calamari teneri e tordi arrostiti», mentre il suo collega Cratete, nelle Bestie, si spinge a immaginare abitazioni in cui i cibi si cuociono da soli e ai lavori di casa provvedono autonomamente le attrezzature domestiche.

Ma è Platone, autore della più celebre (e da qualcuno, vedi Popper, fraintesa) città ideale di tutti i tempi, a metterci sull’avviso. Nella Repubblica, a Glaucone che gli oppone come lo Stato di cui stanno parlando sussista solo «nei discorsi», Socrate risponde che «di questa città esiste forse il modello in cielo, per chi voglia vederlo e con questa visione fondare sé stesso. Non ha alcuna importanza se questa città esista da qualche parte o mai esisterà: solo degli affari di essa si occuperà il nostro uomo, e di nessun’altra». L’utopia platonica (e in genere l’utopia correttamente intesa) non è un programma politico-costituzionale, ma un modello di valore ideale a cui soltanto tendere, senza l’irrealistica pretesa di tradurlo nella realtà.


[Numero: 46]