ci manca tanto una utopia

Parlarsi in tempo reale: non sprechiamo il sogno

Forse tutto cominciò con un urlo modulato da una vallata all’altra, con tronchi di legno ritmicamente percossi, con un fuoco acceso, spento e ancora riacceso. Poi qualcuno pensò di spedire di corsa un soldato, il più veloce della compagnia, per avvertire la città. «Siate felici, abbiamo vinto». Del resto, più o meno negli stessi anni, gli eroi che tornano dalla più grande guerra mai combattuta trovano le mogli che già sapevano tutto, come assicura Clitennestra all’inizio della sua tragedia. Una complessa e ingegnosa serie di fuochi poteva far passare il messaggio, in una sola notte, da un monte all’altro, da Troia fino ad Argo. Il Coro non le crede ma era andata così. Parecchi secoli dopo chi avrebbe provato a ripercorrere il tragitto minuziosamente indicato da Eschilo scoprirà che sì, era possibile.

Comunicare è un sogno antico quanto il mondo. Una necessità, certo, ma anche qualcosa di più profondo: un desiderio di conoscenza, di fama, di relazione. Le motivazioni sono varie e mutevoli, dal punto di vista storico e psicologico. Ma simile è l’intenzione e la sfida: comunicare nel modo più veloce, preciso e ampio. Raggiungere con la propria voce affidata a protesi via via più elaborate destinatari prossimi e distanti, volenti e nolenti, conosciuti e sconosciuti. Se c’è una utopia nella storia della comunicazione umana è fin da principio questa: far circolare il proprio messaggio il più velocemente, esattamente e diffusamente possibile.

La storia dei mezzi e degli artifici con cui l’umanità ha provato a realizzare questa inarrestabile intenzione è suggestiva, spesso divertente, perfino commovente. Un serie smisurata di tentativi e invenzioni, per superare gli ostacoli naturali (un colpo di vento che distorceva il segnale di fumo, l’alta collina che fermava il gioco di specchi) ma anche il potere di chi quei messaggi poteva controllare, contenere, cancellare. Per evitare equivoci e malintesi (i “tamburi parlanti” africani ripetevano il messaggio due, tre volte, con virtuosistiche variazioni, per assicurarsi che venisse compreso), per sfuggire limiti e censure. Perciò, per esempio, si sono scavate montagne e mari per stendere fili infiniti e poi si è capito che se ne poteva fare a meno. O si è privilegiato il meno pesante e costoso dei supporti, quello che era più facile diffondere e nascondere - poi abbiamo inventato qualcosa di più leggero perfino della carta.

La strada delle utopie è costellata di buone intenzioni finite malissimo, di promesse sballate, di sogni non (ancora) realizzati. Ma quel miraggio - comunicare più velocemente, esattamente e ampiamente possibile - è nelle nostre mani, anzi dei nostri polpastrelli. Prima di tirare in ballo la superficialità o l’avidità delle grandi compagnie che governano la nostra Rete, si potrebbe cominciare da qui, dalla magnifica responsabilità di avere tra le mani il sogno di generazioni. E decidere ogni giorno se realizzarla o sprecarla, quell’utopia.


[Numero: 46]