ci manca tanto una utopia

Ora siamo tutti minimalisti però questo mondo va cambiato e molto in fretta

Luigi Zoja va spesso in Cina, in quel posto «incredibile sotto tutti gli aspetti che ancora si professa comunista». Psicanalista junghiano, economista, disegnatore di scenari, è il teorico delle “utopie minimaliste” che a partire dai piccoli gesti quotidiani (rispetto per l’ambiente e per tutte le forme di vita, attenzione agli sprechi) possono contribuire al progresso della società. Proprio il traffico di Pechino gli serve per spiegare come qualcosa si stia muovendo: «Vengo qui da una decina d’anni e quel che noto è un panorama cambiato, dove le critiche al governo accusato di non far nulla per il rispetto dell’ambiente si sono moltiplicate. La mobilità privata, immensa, si è spostata in maniera marcata sull’elettrico. Ma poi, naturalmente, visto che la realtà è complessa, capita che milioni di scooter e biciclette elettriche necessitino di batterie. E che le batterie siano difficili da smaltire...».

Zoja, il suo libro ( Utopie minimaliste – Un mondo più desiderabile anche senza eroi, Chiarelettere) è del 2013. Da allora, lo scenario si è andato radicalizzando, facendosi sempre più allarmante. Il suo appello alle pratiche quotidiane regge all’urto dell’ aumento delle diseguaglianze, della crisi economica, del terrorismo? E del disastro ambientale, da lei considerato come la madre di tutte le questioni?

«Anche se il mio compito è quello di affondare nel mito e negli archetipi, smarcandomi dall’attualità più stretta, non posso non riconoscere come gli ultimi mutamenti siano stati particolarmente vertiginosi. Si tratta fra l’altro di processi che, una volta messisi in moto, si influenzano a vicenda: il cambio climatico influisce sull’economia, sui flussi migratori, sulla politica, in un intreccio difficile da districare. Proprio queste accelerazioni, però, dovrebbero portare a una presa di coscienza altrettanto accelerata. Sempre che gli uomini non siano completamente impazziti. Ma il problema, purtroppo, è che potrebbe essere già troppo tardi».

Altro che utopie infinitamente dilatate nel futuro: la prima necessità, dunque, è far più in fretta che si può?

«Al momento dell’uscita del libro, disponevamo dei dati su cui si basò il Trattato di Parigi. Ora quei numeri sono stati integrati e il quadro è pauroso. Eppure, anche sul New York Times li trovo confinati nelle pagine interne».

In apertura, magari, ci sono gli attacchi terroristici. Le sembra strano?

«Di sicuro una strage ha un impatto emotivo più intenso. Ma le 30 vittime di un attentato corrispondono a quelle di un weekend di traffico intenso in Europa. A oggi, 13 settembre, gli attacchi terroristici in Europa hanno causato un paio di centinaia di morti. Certamente molti di più rispetto agli anni passati. Però l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dice che il numero di decessi causati dalla cattiva qualità dell’aria è in costante aumento ed è ormai arrivato a 6 milioni e mezzo all’anno. Un documento recentissimo dell’Agenzia Europea dell’Ambiente comunica che l’anno scorso in Europa i morti sono stati 400 mila».

Una cifra così spaventosa da riuscirci intollerabile, non considerabile?

«È così. L’attenzione dei media imprime un completo rovesciamento delle priorità. Badi bene: non dico che i terroristi non siano dei mostri, o che non esista l’emergenza. Però è molto più facile trovare un capro espiatorio esterno, un cattivo a cui addossare le colpe, piuttosto che assumere l’onere delle proprie responsabilità e riconoscere che stiamo consumando le nostre risorse».

Torniamo al tema delle utopie. Rinunciarvi significa fare i conti con i propri limiti e con il proprio futuro, quello verso cui gli ideali novecenteschi si illudevano di gettare un ponte. Qual è il costo psicologico?

«Se di costo si tratta, è comunque necessario: ed è una rinuncia all’impazienza. In fondo, si tratta di lasciar cadere il bisogno infantile di un intervento politico complessivo. Non è questo che ci serve: meglio le politiche che si integrino con atteggiamenti psicologici alti, globali, e insieme locali. Politiche complesse, di lunga durata, per fronteggiare una sfida inaudita. Le ho fatto l’esempio del traffico di Pechino. Potrei farle quello della raccolta dei rifiuti in Brasile, tradizionalmente affidata all’impiego sporadico di sottoproletari e oggi finalmente organizzata in maniera sistematica. Non abbiamo bisogno di chiacchiere, ma di buone pratiche».

C’è speranza nella nuova generazione, nonostante la crisi che la tiene lontana dal mondo del lavoro, nonostante lo scetticismo dei baby-boomer, gli utopisti invecchiati, che la considerano passiva, distratta, conservatrice?

«Il cosiddetto movimento, nelle università degli Anni Settanta, era così visibile perché faceva rumore: bloccava i corsi, occupava le città con le sue manifestazioni. Ma quanti erano veramente? Forse il 10 per cento. Pensi alla Francia del Sessantotto: sembrava pronta alla rivoluzione e pochi mesi dopo De Gaulle stravinse le elezioni. Oggi i ragazzi impegnati politicamente potrebbero essere il doppio, anche il triplo di quelle percentuali, su certi temi perfino la maggioranza: ma siccome comunicano solo attraverso il computer non esiste un’aggregazione visibile, e anche la loro protesta è virtuale. Soprattutto, è ingiusto tacciarli di conservatorismo. Non è vero che i giovani siano poco informati o poco sensibili. Sono pronti a darsi delle priorità vere. Ho messo in parallelo le loro scelte, l’adozione di politiche virtuose nell’agire quotidiano, fatta anche di autosacrificio e di autocritica, con quello che Jung chiama “processo di individuazione”, la ricerca della propria strada personale al di là degli stereotipi».

E qual è il riscontro nella sua esperienza professionale?

«Nei giovani che vengono in analisi e in quelli che conosco alle conferenze, verifico che questo impegno minimalista paga se non altro in termini di pace interiore. Pensare che non si è inutili in questo mondo disperante serve eccome. La generazione precedente, quella della fretta e della rabbia, è uscita a pezzi. Questa, se non altro, non provoca follie esterne e riceve un certo appagamento. Non sappiamo ancora, però, se la sommatoria delle scelte individuali sia sufficiente a produrre quel cambiamento che è diventato improrogabile».


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