ci manca tanto una utopia

Offrire qualcosa agli altri per migliorarsi la vita

Per Tommaso Moro, sull’isola di Utopia si vestiva tutti alla stessa maniera, non c’era divisione del lavoro, le città erano perfettamente uguali l’una all’altra e quindi non aveva senso spostarsi - ma, a scanso di equivoci, era comunque proibito in assenza di apposita autorizzazione.

Da allora, le utopie sono sogni di probità e morigeratezza, vagheggiamenti virtuosi contrapposti a un mondo di eccessi, diseguaglianze, decadenza.

C’è una costante. In ogni utopia che si rispetti, i beni terreni, quelli di cui nella vita vera si fa incessantemente commercio, che possono suscitare invidia e destare ammirazione, perdono ogni centralità. Smettono di essere parte dell’identità di ciascuno: solo in questo modo, l’eguaglianza più schietta, quella del saio per tutti, può essere garantita.

Non c’è utopia che contempli anche un simulacro di “mercato”. Perché il mercato è sempre il regno del meno peggio, è gli sconti sugli yogurt che si approssimano alla scadenza, la garanzia soddisfatti o rimborsati perché capita che soddisfatti non si sia, le scarpe in saldo e il codice a barre per rispedire ad Amazon la caffettiera arrivata rotta. L’utopia presuppone un processo di perfezionamento, è una salita dura ma lassù c’è il premio: un’umanità migliore. Il mercato si arrangia. Gli esseri umani son quel che sono, siano produttori oppure consumatori. Al di là dell’apparente nitore delle curve di domanda e di offerta, il mercato altro non è che i loro estenuanti tentativi di offrire qualcosa ad altri, al fine di migliorare la propria condizione.

Esiste una “utopia del mercato”? Non è forse un sogno illuministico, l’idea che si possa fare a meno di “regolatori” che non siano il sistema dei prezzi? Il libero mercato sotto certi versi è “utopico” semplicemente perché, oggigiorno, non sta da nessuna parte. Il trattato commerciale fra Stati Uniti ed Europa, apparso a molti un esercizio di liberismo selvaggio, è in realtà una mastodontica enciclopedia regolatoria. In un mondo nel quale gli stati forniscono istruzioni minuziose circa qualsiasi tipo di produzione, anche allargare il campo di gioco passa per norme e codici. Si sente spesso parlare di “neoliberismo”, ogni tanto persino riferendosi al nostro Paese, e resta l’imbarazzo di non capire che genere di liberismo, neo o paleo che sia, sarebbe compatibile con una spesa pubblica che sfiora la metà del PIL.

In un mondo di iperregolamentazione e interventismo, il mercato s’infila dove può. Non c’è un piano, non c’è un progetto, men che meno un programma politico. Mettersi a scambiare è un esperimento messo in campo da gente naturalmente imperfetta, che a perfezionarsi non pensa granché.

Proprio perché come sistema coerente è utopico, nel senso che non sta da nessuna parte, mentre la parola designa qualcosa che viene talmente naturale che ognuno scambia senza bisogno di concettualizzare quel che fa, il mercato è il capro espiatorio ideale. Dite pure che “fallisce”, e non ci saranno miliardi di consumatori pronti a difendere come un sol uomo le proprie scelte. Il regno del meno peggio non ha gendarmi né fanatici.


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