ci manca tanto una utopia

La parola che non si può dire

Io un’utopia per le mani ce l’avrei, e è una gran utopia forte e semplice, che anche un ignorante dei boschi ci può arrivare a capirla e a dedicarcisi, infatti mi è stata estrinsecata da mio nonno che era un povero contadino analfabeta. Me ne mise a parte quando ormai sedicenne e sufficientemente sviluppato volli farmi anarchico, e andai da lui che godeva di limpida e universale fama di inveterato anarchico a chiedere delucidazioni in proposito. Quell’uomo parlava poco, ricordo a memoria cosa mi disse. Stava potando, ripose la cesoia, si asciugò il sudore passando il dorso della mano sotto la tesa del cappello e esitò prima di rispondere. Eh l’anarchia Maurì, l’anarchia en se po’ dir. Pausa, una grattatina per tutta la lunghezza della fronte e poi con decisione. L’anarchia a disa che a san tutti uguali, non perché a san tutti servi come i von lor là, ma perché a san tutti signori. E ora la perifrasi del testo. Con mirabile concisione il vecchio potatore enuncia in primis l’unica verità dicibile riguardo all’utopia, ovvero che è indicibile, en se po’ dir. Perché l’utopia è in nessun luogo conosciuto e dunque nessuna parola conosciuta può renderle giustizia. Tale e quale Yahveh, Colui che non si può dire. L’utopia ha a che fare con la grazia della fede. Più che mai l’anarchia, che è il luogo ignoto senza principio e senza principe, un luogo che potrà essere abitato solo da un’Umanità Nova, un’umanità di tutti signori, universalmente sovrana. Mio nonno ha vissuto di questo, dell’indicibile, quel vecchio aveva la fede. Ed era un signore, un vero principe, e non si è mai sottratto al suo etimo, è stato il guardiano del proprio destino e si è sentito responsabile per il mondo intero. Lor là, quelli che hanno le parole per tutto e la ragione per ogni cosa sono solo che dei fabbricatori di servitù. Parola di potatore.


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