Ci manca tanto unUtopia

La città dove “li morti” stavano sopra “li vivi”

Utopia e Distopia sono estremi solo apparentemente opposti. Dalla utopia di Platone alla Nuova Atlantide di Tommaso Moro il sogno della città ideale sfocia continuamente nel suo opposto ultratecnologico, totalitario e angoscioso. C’è una città al mondo dove questo concatenarsi dei contrari ha una evidenza nella stessa struttura fisica e nelle vicende storiche. È Matera, la città dei Sassi, costruita su profondi baratri e rupi scoscese scavando grotte, captando acqua e strappando giardini e vita alla dura pietra. Fu decretata vergogna nazionale e descritta come l’antro dell’inferno; ma questa soglia terribile è anche una porta del cielo. Nel XII sec. Matera è citata come magnifica e splendida dal geografo musulmano El Idrisi che compilò per il re normanno Ruggero di Sicilia la famosa descrizione della Terra. Nel 1595 il cronista Eustachio Verricelli la narra dotata di un’aria salubre e abitata da uomini ingegnosi. I campi, dove sono seppelliti i morti, sono al di sopra delle grotte dove si vive. Così, dice Verricelli, «in Matera li morti stanno sopra li vivi». A notte tutti gli abitanti della città mettono fuori i loro lumi dalle case e, allo spettatore che guarda dal piano, i Sassi, in basso, sembrano illuminarsi come un cielo stellato. Così, i morti sono sopra i vivi, e il cielo e le stelle sotto i piedi degli uomini, non sulla loro testa. È un’immagine dei Sassi come città meraviglia, specchio e rovescio delle categorie consuete. La metafora celeste, ripresa dal Padre Bonaventura da Lama, che celebra Matera come cielo stellato, compare nell’utopia il Mondo Nuovo, scritto all’inizio del XVII secolo dal materano Tommaso Stigliani. Come mai nel nostro dopoguerra la città ideale diviene vergogna nazionale e visione infernale? Lo motivano la situazione igienica e la saturazione abitativa ma a questo si poteva rimediare senza l’ignominia e l’esodo. Gli interessi economici legati all’emigrazione e la società dei consumi lo impongono; l’ideologia delle modernità ha il compito di giustificare. A Matera il mondo sotterraneo costituisce il rovescio indispensabile della facciata in vista, per motivi pratici, fornendo risorse e climatizzazione, e simbolici, rappresentando il lato nascosto del visibile, la voragine di ogni realizzazione. Ma si preferisce rimuovere dalla vita quotidiana il debito mortale verso le altre specie del pianeta, la dipendenza dall’ambiente, l’origine primordiale e il passato rimosso che spiegano l’apparenza delle cose e dimenticare il nostro stesso limite biologico. Matera capitale europea della cultura rappresenta questo messaggio e monito: la voce dei luoghi messi ai margini dalla modernità portatori di valori profondi, oggi essenziali per il Pianeta intero; il senso della comunità trasmesso dai villaggi e paesi abbandonati dove permangono le relazioni e la solidarietà; la trama urbana fautrice di socialità organizzata in armonia mimetica con il paesaggio secondo i principi dell’uso parsimonioso delle risorse e della sostenibilità; e anche la carica primordiale del mondo sotterraneo denuncia del pensiero unidimensionale che attua identiche soluzioni prepotenti e invasive in tutti gli ambienti e culture. Meteora -cielo stellato- e Matrice -vulva nella pietra-, Matera dai mille antri è madre e natura benefica e distruttrice. Cinta, come la dea Kalì, di una corona di scheletri, è unione di vita e morte, corpo fossile e carne palpitante. È inferi e cosmo insieme. Incontro dello spazio, del tempo e della materia con ogni loro rovescio. Concretizzazione fisica di un modello scandaloso testimone di alleanza, simbiosi, coesistenza, armonia dei contrari, sinfonia dei diversi dove le risorse sono cicli continuamente rinnovabili. La forma urbana e la comunità, l’orto e il giardino, il lato visibile e quello nascosto, la vita e la morte, sono parte di uno stesso processo.


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