ci manca tanto una utopia

Dopo gli incubi del ’900 bisogna essere concreti

Professor Lazar, perché viviamo in un mondo senza utopie?

È vero, almeno nel mondo occidentale, viviamo senza utopie e quelle del passato sono in declino. Per due ragioni. Innanzitutto perché nel ventesimo secolo le grandi utopie - comunismo, fascismo e nazismo - si sono rivelate una tragedia terribile. E poi perché a partire dagli anni 80-90 si è verificata una forma di rottura filosofica e antropologica che si potrebbe riassumere in questa formula: crisi del rapporto con il futuro.

Che significa?

Che oggi è molto più difficile pensare al futuro come un mondo irenico e di continuo progresso, con una vita migliore per tutti. Un esempio di quel che dico è il rapporto con la tecnologia: fino agli anni 80 c’era una fiducia totale e diffusa, sembrava che ci potesse permettere un progresso infinito. Invece ci siamo resi conto che risolve dei problemi ma ne crea molti altri, dagli incidenti nucleari all’inquinamento. Anche su internet molte illusioni sono cadute.

Nella storia dell’umanità ci sono stati altri periodi di disillusione generale come oggi?

Non nella storia moderna. Dalla Rivoluzione francese in poi si era instaurata un’idea di progresso continuo. Ora invece il passato e le difficoltà del presente hanno schiacciato la fiducia anche in un’utopia contemporanea come è stata per esempio l’idea dell’Europa. Si è verificata una cesura.

Fino a perdere la memoria di ciò che l’Europa ha già portato: un periodo di convivenza civile e pacifica che mai si era avuta nella storia, fino a settant’anni fa ci si sparava tra una riva e l’altra del Reno. Ma che tipo di utopia è stata l’Europa? E la possiamo considerare una vera utopia?

Certo, è un’utopia diversa dai totalitarismi, o meglio è una dimensione utopica, non un progetto totalitario che si propone di costruire un’umanità nuova, ma di migliorare le condizioni nelle quali vivono o vivevano i popoli. Rientra tra le utopie realizzabili o minori, quelle che aprono un orizzonte, propongono una forma di grande progetto senza immaginare di rifare la natura. E questa è la differenza con le grandi utopie di classe come il comunismo, di razze come il nazismo o di nazioni come i fascismi. L’Europa era un’utopia realizzabile. Ha deluso. Occorre ripensare la sua narrativa.

Questa delusione diffusa ha favorito il successo di quelli che chiamiamo i populismi europei. Sono anch’essi una nuova forma di utopia o di contro utopia: uscire dall’Europa e rifondare le piccole patrie?

Sì, c’è il ritorno del nazionalismo, che ha sempre vissuto di due forme, a volte in versione utopistica. C’è un nazionalismo di ripiegamento e chiusura, un ritorno alla nazione con venature di razzismo e xenofobia. È il caso di Le Pen in Francia, AfD in Germania e dei partiti simili in Austria, Belgio, Olanda e altrove. In Gran Bretagna, l’Ukip, che con la Brexit ha avuto successo.

E l’altra forma di nazionalismo?

È quella democratica che punta all’emancipazione, come è stato in Europa nell’800 con le guerre di indipendenza, nel ‘900 con le rivoluzioni anticoloniali. Oggi si esprime come una aspirazione alla dissociazione, come in Catalogna o in Scozia. In quest’ultimo caso il fenomeno interessante è che per emanciparsi si appoggia sull’Europa.

Lei è uno studioso della sinistra che anche nella sua forma più riformista è un’utopia: la regolazione ordinata ed equa della società, oggi fortemente in crisi. Lei pensa davvero, come ha scritto più volte, che la sinistra potrebbe scomparire dai nostri sistemi politici?

Il rischio della scomparsa c’è. Oggi la sinistra è profondamente divisa sul principio di uguaglianza, che come diceva Bobbio è il punto che la distingue dalla destra. La divisione è su quale contenuto dare all’idea di uguaglianza: c’è chi la sostiene in una forma totale che assomiglia all’egualitarismo e chi invece pensa che ci debba essere l’uguaglianza delle opportunità. È un antagonismo molto forte e che non sembra ricomponibile. Però attenzione: è vero che c’è una crisi della sinistra, ma in Europa c’è anche una forte crisi della destra.

È la crisi della fiducia nella politica o è la fine della politica?

Assolutamente no. Anzi io penso che in un certo senso ci sia un progresso con la fine delle utopie totalitarie. Oggi la politica non deve pensare a fare sognare, perché i sogni in politica si possono trasformare in incubi come abbiamo visto nella storia. La politica deve essere pragmatica, darsi come obiettivo la soluzione dei problemi limitati e concreti, non totali. Sono le “piccole” utopie la nuova grande utopia.

(Intervista a cura di Cesare Martinetti)


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