metti le mani nella terra e ritroverai te stesso

Nell’orto si ritrovano i sensi profondi: imparate a coltivare e cucinare

Tornare alla terra è un po’ come tornare a casa. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a un’evoluzione straordinaria nel mondo dell’alimentazione: per la prima volta abbiamo lasciato che fossero le nostre forchette a decidere e abbiamo messo il cibo buono e pulito al primo posto. Siamo partiti dal basso, dalla terra, e abbiamo ripristinato il contatto con la natura, imparando a prendercene cura, anche se c’è ancora molta strada da percorrere. Il primo passo è stato coltivare un orto: un pezzetto di terreno che è diventato metafora della nostra intera vita e che, giorno dopo giorno, ci avvicina al vero conforto che può offrirci la natura, insegnandoci la pazienza e la passione. Coltivare un orto significa anche ritrovare noi stessi e renderci conto che la nostra salute mentale e il nostro benessere fisico arrivano direttamente dalla terra.

Ho iniziato a occuparmi degli orti all’inizio degli anni Novanta, dopo aver visitato la prigione di San Francisco, dove i detenuti coltivavano frutta e verdura destinate alle persone bisognose della città. Il progetto è cresciuto con il tempo e i prodotti hanno iniziato a essere venduti al mercato e nei negozi locali. Ho pensato subito che l’orto in realtà rappresentasse qualcosa di più profondo, qualcosa che poteva indurre trasformazioni straordinarie nell’uomo e nella comunità. È stata quindi una conseguenza naturale cominciare a lavorare direttamente con i coltivatori attorno a Chez Panisse, il mio ristorante a Berkeley in California, a rifornirmi da loro e a intessere solidi legami fino a diventare io stessa quella che da Carlo Petrini viene definita una co-produttrice.

Mi sono lasciata ispirare e influenzare dai produttori, da quello che mi proponevano, e creavo il mio menù in base agli ortaggi del giorno. Perché questo è il compito che abbiamo noi chef: far apprezzare ai clienti i prodotti della stagione, perché se i pomodori a gennaio non sono gustosi, un broccolo può sorprendere il palato, e i clienti sono pronti ad apprezzarlo e scoprire gusti che nemmeno immaginavano.

Sono davvero convinta che siano gli agricoltori i nostri primi insegnanti: ci educano alla stagionalità e ci trasmettono il valore di ogni singolo frutto, ci insegnano quanto sia importante coltivare con cura quello che mangiamo e a capire che la vera educazione alimentare deve partire dal suolo. Dipendere dalle stagioni e celebrare quello che la terra ci offre, esaltandone il sapore e il valore, è il primo passo per un’alimentazione sana. E sono questi i valori che bisogna trasmettere anche – e soprattutto – ai bambini.

La rivoluzione deve partire da loro. E può farlo solo cominciando con un orto. La più grande lezione che mi abbia mai dato mia madre è che si impara facendo. È probabilmente grazie a lei e al suo giardino vittoriano al quale non ha mai rinunciato, neanche quando poteva permettersi di non coltivarlo più, se ho imparato a voler bene alla terra. Mi sono sempre lasciata ispirare dalla bellezza, stupendomi di ogni piccolo miracolo della natura, come un seme che si trasforma in fiore o del conforto che ricevo arrampicandomi su un albero o rimanendo semplicemente distesa su un prato.

Riprendere il contatto con la natura significa avvicinarsi al senso della vita, riconnetterci alle nostre radici e a chi ci ha generato. È come se tornassimo a casa e riscoprissimo, grazie al ricongiungimento con i nostri sensi più profondi, che il cibo è una delle cose più preziose che abbiamo. Questo è l’obiettivo del progetto Edible Schoolyard che porta gli orti nelle scuole, in America come in Italia e in Africa: vogliamo insegnare ai bambini a coltivare e a cucinare i frutti del loro lavoro, integrando gli insegnamenti accademici con quelli pratici. Un orto può insegnare tanto: i bambini imparano la matematica tra le piantine e il valore del cibo in cucina, trasformandosi nei protagonisti del cambiamento: questa è la vera rivoluzione deliziosa di cui sono ambasciatori. È di loro che abbiamo bisogno per costruire un futuro sostenibile.

Negli ultimi trent’anni ci siamo resi conto che il cibo può essere al contempo causa di malattia e di benessere: prima non conoscevamo la differenza tra mangiare per piacere o mangiare per stare bene, pensavamo solo alla quantità, credendo che di più fosse meglio. Adesso siamo coscienti della stretta connessione tra alimentazione e salute, sappiamo che dobbiamo affidarci alla terra e farci guidare dai suoi frutti, ascoltare ciò che ci racconta. E allora abbandoniamo la tecnologia, riscopriamo la gioia della natura e lasciamoci ispirare dal cibo: la rivoluzione dell’orto è appena iniziata. Pronti a unirvi a noi?


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