metti le mani nella terra e ritroverai te stesso

La disgrazia del nipote vegano

Adesso abbiamo questa disgrazia in casa del nipote che s’è fatto vegano. Ha diciott’anni, odia il consesso umano in generale e i suoi membri uno per uno, e si è gettato senza risparmio in un’eroica campagna di verità, non sono altro tutti quanti che degli assassini. Sua madre è disperata, ha paura che gli sfiorisca davanti agli occhi nell’ultimo sviluppo dopo tutto quello che ha passato per imboccargli ogni bendiddio, io cerco di calmarla facendogli presente che era peggio se si buttava nella droga ma lei stenta a crederlo. Io e lei siamo nati da due contadini, per andare bene a scuola ci davano da bere l’ovetto, per non prendere la tubercolosi brodo di cappone, e siamo cresciuti nell’idea che nutrirsi e nutrire al meglio non è una cosa seria, è sacra; fosse ancora viva l’adorata nonna gli starebbe sul collo a vaticinargli l’inferno.

A mio nipote gli passerà prima o poi la furia vegana, ma intanto l’ho portato nell’orto a scegliersi il menù, e visto così, nudo e crudo alla fonte, gli è sembrato tutto quanto un po’ strano e schifoso, le carote che bisogna cavarle su dalla terra e darci una bella pulita, il pidocchio sul pomodoro e la bica sulla riccia, i fagiolini che non c’è altro modo che staccarli uno per uno con l’unghia.

Da qualche parte gli devono aver detto che ormai si fa tutto con la stampante 3D e pensa che i frutti della terra siano un modo di dire, come il frutto dell’ingegno; a scuola gli hanno insegnato a scrivere Terra con la maiuscola e la terra, quella dove prospera la sua dieta e anche la mia che comprende coniglietti e pesciolini, non gli devono nemmeno aver detto che è lì dietro. Certo che Madre Terra è una metafora, ma io la vedo la metafora, e la sento e la tocco e la sniffo, e ci ho confidenza come con mia madre, anche con mia madre in fin di vita; lui no. Ma io ci vengo sul serio dalla terra e lui invece viene solo dalla Terra.


[Numero: 45]