che bella scoperta

Ma se serve soltanto a distruggere, diventa l’errore primordiale

Quando ero alle scuole elementari il 12 ottobre arrivava puntuale come le tasse il tema sulla scoperta dell’America. Qualcosa non mi suonava. Va bene, il racconto che sfiora la leggenda lo conosciamo tutti, potevi crederci o meno ai gabbiani e alle rivolte dei marinai, ma non era quello il problema. Il problema era la parola: scoperta. Per chi? mi chiedevo. Per Cristoforo Colombo sicuramente, per i suoi marinai e per il continente dal quale provenivano. Ma per i Comanche e i Chinook l’America c’era sempre stata. Come per i Tupinambà nella Foresta Amazzonica, o per gli Aztechi, i Maya, gli Inca. Ecco perché quella parola mi suonava fessa: scoperta non era il termine giusto. Sempre a scuola avevamo studiato le scoperte scientifiche. La gravità, la penicillina, il vibrione del colera tutte cose sconosciute al genere umano. Come anche la città di Troia grazie all’archeologo Schliemann.

Quelle sì erano scoperte, e tanto di cappello. Scrissi dunque che era sbagliato usare la parola scoperta nel caso di Cristoforo Colombo. Preferii spedizione. Presi zero spaccato, mi pare o giù di lì. Restai convinto che scoprire significa togliere il coperchio da qualcosa che già esiste ma nessuno ne è a conoscenza oppure da un segreto che un ristrettissimo numero di persone fa di tutto per tenere nascosto. Così si può scoprire una particella dell’atomo o la loggia P2, un assassino o che tua moglie ti metta le corna oppure un tesoro su un’isola deserta. E la parola scoperta si ammanta di un certo fascino. Arrivare alla meta, alla soluzione di un caso, allo svelamento di un antico tumulo egiziano, trovare la cura per un male spaventoso non è solo il premio allo sforzo, alla fatica e allo studio, non è solo soddisfare un bisogno personale o un’affermazione egotica.

La scoperta è il fine ultimo di ogni essere umano. È ciò che ci ha migliorato da sempre. È la scoperta che ci ha fatto camminare su due zampe, che ci ha permesso di nutrirci di piante proteiche smettendola di essere cacciatori e raccoglitori, dando vita a civiltà stanziali e quindi più avanzate. La scoperta ci ha portato dove siamo, il momento più alto e nobile che un essere umano raggiunge nella sua intera esistenza. E solo il fatto che nessuna religione possa sopportare una parola così importante, nessuno può scoprire niente sul mistero della creazione o sull’esistenza di dio, al massimo possiamo scoprirci credenti, ci dà il segno di quanto questa parola attenga a quanto di più umano, terreno naturale e laico esista. È una conquista umana, e come tale va esaltata.

Ma, c’è un ma. Quando la scoperta, amica dell’umanità e del suo progresso, non viene usata per migliorare l’esistenza di tutti, ma la si insegue per il profitto o proprio tornaconto, ecco che diventa qualcos’altro. Come nel caso di Colombo che non ha scoperto un bel niente, l’utilizzo della cosa scoperta è il ganglio sul quale la razza umana sta perdendo la propria scommessa esistenziale. Se si utilizzano i progressi scientifici per distruggere interi ecosistemi, se mezzi e macchinari servono per azzerare la vita sul pianeta sul quale noi stessi viviamo, se la scoperta del nucleare porta con sé i disastri che ben conosciamo, allora mi viene in mente che forse, dopo tanti secoli, abbiamo finalmente scoperto chi è veramente l’essere umano. È l’errore primordiale, è quell’elemento che ha avuto bisogno di scoprire l’universo per poterlo distruggere, è il cancro della natura, è la stecca nella grande orchestra. Anche questa è una scoperta. Amara, ma lo è. Se così stanno le cose allora Cristoforo Colombo l’America l’ha scoperta e io lo zero spaccato l’ho meritato tutto.


[Numero: 44]