che bella scoperta

Con le stampanti 3D si recupera il piacere del “fare”

Stampa 3D: ovvero la tecnologia di produzione digitale forse più discussa del secolo. Vecchia di ormai quasi trent’anni, la stampa 3D è arrivata sotto i riflettori del grande pubblico, intorno al 2011, quando grazie al raggiungimento della data di scadenza dei brevetti che ne governavano il mercato dagli anni Ottanta, una comunità di “smanettoni”, ormai noti al mondo come maker ne ha svelato i segreti, condividendoli con il grande pubblico della rete secondo le ormai consuete logiche dell’open source. Questa piccola, ma piuttosto sonora esplosione di tecnologia, ha portato con sè la possibilità di tornare a riflettere sul “fare”.

Se infatti, da una parte la capillare diffusione delle tecnologie digitali ci consente ogni giorno di rimanere costantemente connessi, è innegabile d’altro canto che l’icona stessa di questa dilagante iperconnettività che potremmo identificare con lo smartphone ci ha vieppiù autorizzato a delegare gli oneri, così come gli onori, del saper FARE.

Il saper fare, nella sua accezione più stretta di costruire, fabbricare, realizzare, preparare, o produrre, è da molti anni ormai considerato, soprattutto per quanto attiene al fare quotidiano, territorio di pochi, sovente riconosciuti come artigiani, bricoleur, o “smanettoni”.

In questo contesto è calato, con crescente pervasività, il fascino discreto della stampa 3D.

E a partire da queste stesse considerazioni, seguendo le sollecitazioni e gli stimoli dei miei studenti del corso di studi in Design & Engineering del Politecnico di Milano, che a partire dal 2012 ho pensato, progettato, costruito e, vorrei dire, FATTO il +LAB, laboratorio di ricerca sulla stampa 3D e i suoi materiali. Il +LAB è ricavato da quello che era stato a partire dagli anni Sessanta, il laboratorio analisi, voluto dal professor Giulio Natta per studiare e caratterizzare le nuove materie plastiche di quei magici anni, a cominciare dal polipropilene isotattico che nel 1963 gli era valso il Premio Nobel per la Chimica, ancora l’unico, a oggi, per il nostro Paese.

Al +LAB abbiamo dunque iniziato a lavorare con stampanti a basso costo (poche centinaia di euro per le più piccole ed economiche, qualche migliaio per le più grandi e automatizzate), tutte libere da qualsiasi forma di copyright, e quindi caratterizzate dalla possibilità di essere “aperte” a forme anche spinte di modifica, implementazione e miglioramento.

Nel frattempo il mondo intorno a noi cominciava a prendere confidenza con le stampanti 3D e a produrre i primi oggetti di uso comune: nascevano così le collezioni di multiformi vasetti e simpatici nanetti che presto ci hanno chiamato a interrogarci sulla necessità di rispondere alla domanda: «Ma a cosa serve realmente la stampa 3D?».

Da qui la scelta di lavorare a una linea di ricerca capace di fare ordine, e al tempo stesso progettare oggetti capaci di interpretare una nuova riscoperta del fare. La tassonomia che ne è scaturita, raccolta all’interno della nostra 3Dteca, spiega ad esempio che si può stampare in 3D per copiare, per fare una trama, per personalizzare, per fare forme impossibili, così come per creare nuovi oggetti d’arte o di design. Al +LAB sono quindi stati stampati strumenti musicali, tacchi da scarpe, lampade, fotografie tridimensionali, copie di oggetti famosi, polsiere per lo sport, nuove stampanti per lavorare la ceramica, e altre per lavorare resine e materiali compositi rinforzati.

L’esperienza a oggi forse più densa di significato è quella che ci consente di utilizzare le stampanti 3D per co-progettare insieme con persone che non sono normalmente messe nelle condizioni di entrare in un laboratorio universitario. Al +LAB abbiamo lavorato ad esempio con pazienti affetti da reumatismi per realizzare oggetti utili alla vita di tutti come degli apribottiglie personalizzati, o piccole clip per facilitare l’apertura delle cerniere da parte di chi ha difficoltà alle mani. Sono poi arrivate le cover per i microinfusori di insulina progettate con i diabetici, e un nuovo sistema di stampa 3D di spartiti musicali stampati su supporti flessibili con e per ragazzi non vedenti. Tra loro, ormai abituale frequentatrice del +LAB c’è Laura, studentessa non vedente di 17 anni che ha deciso di trascorrere al +LAB anche le sue due settimane di alternanza scuola-lavoro durante le quali ha imparato i fondamenti della progettazione, e a stampare in autonomia i pezzi da lei stessa pensati e modellati tridimensionalmente con materiali come la plastilina, la carta, o il lego.

Questa la vita di ogni giorno al +LAB: stampanti che fanno cose che raccontano storie di persone e relazioni nuove.

Alcune di queste ci sono parse particolarmente interessanti e abbiamo deciso di raccoglierle in un piccolo libro, Fare o non fare. Non esiste provare che arriva in questi giorni in libreria, pubblicato con Tralerighe. Un libro che parla di stampa 3D e come lei ha 3 dimensioni: una si legge, una si guarda e una si stampa. Attraverso il codice QR stampato sulla pagina di ogni progetto è infatti possibile scaricare il file di stampa di tutti gli oggetti descritti nel libro per riprodurli a casa propria, o presso uno dei tanti centri di stampa ormai sempre più diffusi sul territorio.

Perché, come piace dire a noi, è proprio vero: «Se puoi sognarlo, puoi stamparlo».


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