che bella scoperta

Capire e non trovare trovare e non capire

Il telefono squillò nell’ufficio di Robert Dicke all’Università di Princeton durante un frugale pranzo di lavoro con i colleghi astrofisici David Wilkinson, Jim Peebles e Peter Roll. Quando riappese il ricevitore, Dicke mormorò solo tre parole: «Ci hanno battuti».

La telefonata arrivava dai Laboratori della Bell Telephone, 60 chilometri da Princeton. Lì Arno Penzias e Robert Wilson, avevano costruito una stranissima antenna: un imbuto lungo una decina di metri per captare onde radio riflesse dal satellite Echo 1, un pallone metallizzato grande come un palazzo di dieci piani messo in orbita dalla Nasa. Siamo nel 1964 e quelli sarebbero stati i primi passi verso la telefonia mobile. Da mesi Penzias e Wilson cercavano di risolvere un problema: in qualunque direzione del cielo fosse diretta, l’antenna captava un fastidioso brusio che disturbava le comunicazioni. Per eliminarlo le provarono tutte. Non era un disturbo artificiale, non veniva dalla Terra, i circuiti del ricevitore erano perfetti. Quando si accorsero che dei piccioni avevano fatto il nido nell’antenna depositandovi escrementi che con eleganza definirono un «materiale dielettrico bianco», ripulirono accuratamente l’imbuto. Invano. Il disturbo era sempre lì.

Il brusio che Penzias e Wilson volevano eliminare, Wilkinson e Peebles lo stavano cercando. I loro calcoli dicevano che se l’universo fosse nato da una grande esplosione primordiale – il Big Bang, 14 miliardi di anni fa – doveva esserci tuttora un flusso di microonde a permeare il cosmo intero. Per trovarlo anche loro stavano costruendo un’antenna. Troppo tardi. Senza saperlo ai Bell Laboratories avevano trovato la radiazione fossile, la prova che l’universo non è sempre esistito ma ha avuto un inizio e una storia. Quel noioso brusio corrispondeva alla temperatura attuale dell’universo: 2,7 Kelvin, ciò che rimane dei miliardi di miliardi di gradi del Big Bang. Era la più grande scoperta cosmologica di tutti i tempi, spazzava via la teoria rivale sostenuta da Hoyle, il cosiddetto “stato stazionario”, che presupponeva la creazione continua di materia.

Wilkinson e Peebles avevano capito senza trovare. Penzias e Wilson avevano trovato senza capire Si resero conto della loro scoperta quando il 21 maggio 1965 lessero sulla prima pagina del New York Times la spiegazione di Peebles e Wilkinson. A questo punto i ricercatori della Bell e di Princeton si misero d’accordo per pubblicare insieme i loro articoli scientifici. Uscirono il 1° luglio 1965 sull’“Astrophysical Journal”. Penzias e Wilson intitolarono modestamente il loro scritto “Una misura di eccesso di temperatura a 4080 megacicli al secondo”. Un paio di paginette aride, con una frase sibillina: «Una possibile spiegazione del rumore in eccesso da noi osservato viene fornita da Dicke, Roll e Wilkinson in un altro articolo pubblicato su questo stesso numero». Parole che potevano sembrare un generoso riconoscimento ma che in realtà si appropriavano del lavoro dei colleghi. Nel 1978 Penzias e Wilson andranno a Stoccolma per ritirare il premio Nobel per la fisica. Il team di Princeton rimase a casa.

Serendipity è una delle parole inglesi più intraducibili. Trovare una cosa cercandone un’altra ma non per pura fortuna come capitò a Penzias e Wilson è un tipico esempio di serendipity. A coniare il termine fu lo storico dell’arte Horace Walpole nel 1754 riferendosi alla fiaba persiana “I tre principi di Serendip”. Serendip è l’antico nome dell’isola di Ceylon, ora Sri Lanka. I protagonisti della fiaba scoprono una quantità di cose curiose e interessanti un po’ per caso e un po’ grazie alla loro sensibilità e intelligenza.

La scienza è piena di scoperte sotto il segno della serendipity. Tornando dalle ferie Alexander Fleming trovò le piastre su cui coltivava batteri coperte da una muffa verdastra; altri le avrebbero buttate via; lui le esaminò con cura, vide che i batteri erano morti e scoprì uno dei primi antibiotici. Come un rabdomante, Keplero scoprì le leggi del moto dei pianeti incastrando a caso i solidi platonici. Il chimico Friedrich Kekulé “vide” in sogno un serpente che si morde la coda e intuì la struttura dell’anello benzenico, base della chimica organica. Einstein concepì la relatività immaginando di inseguire un raggio di luce. Persino i banali post-it sono frutto della serendipity. Nascono da una colla mal riuscita inventata nel 1968 da Spencer Silver, un ricercatore della 3M. Solo dieci anni dopo Arthur Fry la usò per fare dei segnalibri adesivi. Come quelle del Signore, le vie della serendipity sono (quasi) infinite.


[Numero: 44]