cinema la fabbrica dei festival

Un libro a settimana

Basta trovarsi alle nove sulla terrazza dell’Hotel Excelsior, con al collo il pass della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia , i Persol sul naso e la mazzetta di giornali sotto il braccio per sentirsi già nella parte. Peccato che sia tutto finto, o meglio: non propriamente vero. La storia raccontata da Gaetano Savatteri ne La fabbrica delle stelle (Sellerio) è quella di un pezzo di Sicilia - quella calda e sporca delle passioni disordinate, delle raccomandazioni, dell’«io aiuto te, tu aiuti me e ci guadagniamo tutti e due» - che si trova catapultata a Venezia, dove è tutto un «Tesoro come ti trovo dimagrita, hai visto il mio ultimo film?»... Il protagonista Saverio Lamanna, con l’improbabile spalla Piccionello, fanno così irruzione alla Mostra del Cinema di Venezia con il passo strascicato di due che - tra un cocktail e l’altro, tappeti rossi e star americane di passaggio - hanno da tenere d’occhio una ragazza «sorella di un’amica mia».

Lei è «una che prende i soldi del padre e li butta dentro film che non vede mai nessuno», e siccome si è messa con un tipo manesco, che è pure l’attore protagonista del suo film, bisogna stare attenti che non le succeda nulla. Un labirinto di segreti e bugie che trascina il lettore in un percorso disseminato di battute, sarcasmi, sentimenti agrodolci e alla fine, colpo di scena, ci scappa il morto. Il succedersi dei dialoghi talvolta è troppo serrato, viene il desiderio di non essere continuamente interrotti, e si ha quasi l’impressione che dal libro si guardi già a una potenziale sceneggiatura. Ma alcuni di questi davvero restano impressi. Come quello tra Saverio e Piccionello nel vaporetto, stretti in mezzo a un gruppo di vacanzieri sudcoreani:

– Tutte le strade portano a Venezia.

– No, Piccionello, a Roma.

– Ricorda, Saverio: la precisione fa male, ammazza la fantasia.


[Numero: 43]