cinema la fabbrica dei festival

Sono una malata incurabile di festival si vedono (e adorano) film impossibili

Essere portata al cinema sin da bambina, a vedere film che nessuno credo ricordi, tipo “Pia de’ Tolomei” o “Pietro Micca”, di epoca autarchica, ma anche il nazista del tempo di guerra “La città d’oro”, (a colori, una meravigliosa novità, allora!) mi hanno reso cinedipendente. Andare per decenni alla Mostra di Venezia (e anche al Festival di Cannes) è diventato un virus incurabile: tanto da non riuscire a rinunciarci, anche dopo aver smesso, come si dice, per limiti d’età, di scriverne. Da quanti anni ci vado? Forse più di 40, ed è stato a quelle manifestazioni che ho imparato ad appassionarmi a film già dal titolo preoccupanti, tipo “Artisti sotto la tenda del circo: perplessi”, del regista tedesco Alexander Kluge, Leone d’Oro 1968, o addirittura a “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” del thailandese Apichatpong Weerasethakul, Palma d’oro 2010. C’è stato un tempo in cui alla Mostra si andava soprattutto per incontrare magnanimi divi (oggi dal soggiorno-lampo) e inavvicinabili se non alle affollate conferenze stampa, per la mondanità, per i ricevimenti sontuosi e allora davvero esclusivi, in onore di attori e registi, anche se i palazzi veneziani restavano ostinatamente chiusi alla gente del cinema, considerata dalla nobiltà non abbastanza degna.

Fin quando i grandi nomi veneziani non capirono che affittare i loro saloni affacciati sul Canal Grande per una notte, a produttori e stilisti riconoscenti, poteva essere una preziosa fonte di denaro. Erano comunque feste pubblicitarie, spesso ricchissime, in cui io riuscivo talvolta a imbucarmi, nascondendo il taccuino e travestendomi da invitata: una volta però mi presentai con quello che a me sembrava una meraviglia, un pigiama-palazzo firmato di seta color rosa shocking, ma fui cacciata perché «non erano ammesse signore in pantaloni».

Di ricevimenti se ne fanno ancora ma sempre meno e sempre meno favolosi, anche se in luoghi veneziani incantevoli, con il freddo cibo da catering che finisce non si sa come per terra e bisogna stare attenti, con preziosi tacchi a spillo, a non scivolarci sopra. Quando ne parla l’ormai miserevole cronaca mondana, bisogna ricordare che la parola “esclusivo” significa che gli invitati sono almeno 1000, più appunto infiltrati, borseggiatori ed escort. Ma a parte le emissarie delle firme ancora in voga il cui compito è importunare celebrità vere o finte perché indossino le loro toilette da sera, a parte il pubblico istituzionale e mondano che non sa cosa va a vedere e certe volte si spegne nella noia o nell’incomprensione, al Lido di Venezia si va proprio per i film: anche adesso che le sale cinematografiche sono surclassate da Netflix e altro, i giovani con lo zainetto e talvolta il sacco a pelo, i nuovi cinefili, sono sempre tanti e percorrono la mia stessa strada, con la stessa passione: scoprire le opere di nuove cinematografie, africane o sudamericane o asiatiche, nuovi inaspettati autori anche italiani, gioire e soffrire.

La Mostra ha una particolare magia, vedi film impossibili e li adori, puoi vederne uno di sette ore senza alcuna stanchezza e soprattutto accorri a quelli che forse non troveranno nessun distributore, che non si potranno vedere se non lì, e che se invece arriveranno in qualche coraggiosa sala, faranno fuggire orripilato il normale spettatore, lusingato dai premi e persino dalle critiche, ma incapace di sopportare. E poi succede una cosa strana: dopo qualche anno vai a rivedere un film che alla Mostra hai amato, che ti era sembrato bellissimo e misteriosamente sbadigli, non ti ci ritrovi più.


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