cinema la fabbrica dei festival

Officina di sperimentazione e ancora premi: un verdetto ci vuole, anche se discutibile

ANSA

Dicono che non hanno saputo rinnovarsi, stare al passo dei cambiamenti dell’industria dello spettacolo. Che non servono più. Che sono macchine celibi, incapaci di influire sui gusti del pubblico e le fortune commerciali dei film. I festival sono davvero diventati inutili meccanismi a volte bizzarri, raramente entusiasmanti, sostanzialmente fuori tempo massimo, che consumano più di quanto non rendano?

Eppure, per ogni festival che scompare, ne nascono altri due, e tutti (o quasi tutti) hanno successo, sono frequentati da spettatori appassionati, quasi sempre più numerosi di quelli che frequentano mediamente le sale cinematografiche. Testimoni di una passione per il cinema che non sembra diminuire con la crescente perdita di centralità del mezzo. È vero che, nella sostanza, non è cambiato granché dal primo festival, creato nel 1932 proprio al Lido di Venezia. Il paradigma è unico e immutabile: il radicamento in un luogo fisico, con il quale il festival s’identifica (una città o una località turistica), e la presenza fisica di autori e produttori, convenuti per presentare il loro ultimo film al pubblico e agli addetti ai lavori. Paradossalmente, nell’epoca dell’immaterialità della rete e dei consumi, sono i due elementi che, ancora oggi, fanno dei festival un evento incomparabile e irrinunciabile.

Il paradigma è unico e immutabile: il radicamento in un luogo fisico, con il quale il festival s’identifica (una città o una località turistica), e la presenza fisica di autori e produttori, convenuti per presentare il loro ultimo film al pubblico e agli addetti ai lavori. Paradossalmente, nell’epoca dell’immaterialità della rete e dei consumi, sono i due elementi che, ancora oggi, fanno dei festival un evento incomparabile e irrinunciabile

Per le grandi produzioni sono l’occasione per promuovere internazionalmente i loro prodotti di punta, per i produttori indipendenti il modo più economico ed efficace per far conoscere nuovi film e autori emergenti. Se questo vale per i grandi appuntamenti (Cannes, Venezia, Berlino, Toronto, Busan…), diversa è la funzione degli altri, che funzionano a meraviglia come una sorta di grande circuito virtuale e alternativo a quello delle sale tradizionali. Un circuito dove girano film che in sala non andranno probabilmente mai, rimediando risorse economiche vitali dal pagamento dei noleggi imposti. Infine, la selezione dei festival, quando risponde a criteri di qualità e a una visione del cinema, serve anche come prezioso Baedeker per viaggiatori di tutte le reti, bisognosi di segnalazioni affidabili per orientarsi nel mare magnum dell’indistinta offerta di prodotti audiovisivi che le piattaforme sono in grado di offrire.

E poi non è vero che i festival non cambiano e non si aggiornano. Restano ancorati, è vero, a una certa instabile identità, che ha la funzione di una piattaforma galleggiante in un oceano attraversato da branchi di pesci che si spostano di continuo, invertono la rotta, assumono configurazioni cangianti e illusorie. Da quei punti d’osservazione privilegiati, vengono lanciate reti, costruiti ponti, alimentati mercati, creati atelier di sviluppo e sostegno ai giovani autori, edificati progetti d’alta formazione, finanziate opere prime e coprodotti film che difficilmente si sarebbero potuti realizzare altrimenti. I festival che contano di più sono quelli che hanno saputo darsi una nuova missione, trasformandosi da semplice vetrina (ancorché prestigiosa) in officina di sperimentazione, laboratorio di ricerca, luogo di contaminazione di forme, generi, linguaggi diversi (l’arte, il documentario, la serialità televisiva e, da oggi, anche la nuova frontiera della Realtà Virtuale). In questo senso, oltre ai già citati, si devono ricordare almeno Torino, Locarno, Rotterdam e San Sebastian.

I festival che contano di più sono quelli che hanno saputo darsi una nuova missione, trasformandosi da semplice vetrina (ancorché prestigiosa) in officina di sperimentazione, laboratorio di ricerca, luogo di contaminazione di forme, generi, linguaggi diversi

Infine. È davvero così importante che le Giurie non siano sempre all’altezza del loro compito, che sbaglino sovente nell’attribuzione di palme, leoni, orsi e altri animali? Se si potessero abolire i concorsi, probabilmente tutti se ne avvantaggerebbero. Ma, detto francamente (nell’anno delle Olimpiadi di Rio), dubito che si possa fare. Meglio, forse, un verdetto discutibile che nessun verdetto.


[Numero: 43]