cinema la fabbrica dei festival

La proiezione pura non attrae più: ora contano ospiti, incontri, master classes

Ansano Giannarelli, regista militante molto impegnato nelle tematiche sociali, ci aveva anche provato. Nel 1986 diresse Remake, storia d’amore intellettuale tra due giornalisti che frequentano il festival di Locarno: si amano, discutono, ricordano il passato, sovrappongono la loro vita ai film che stanno vedendo. Sullo sfondo della finzione, c’erano i critici veri: Gianni Rondolino che detta un pezzo al telefono, Morando Morandini che chiede un’intervista... Erano trent’anni fa, sembrano due secoli. Morandini e Rondolino, purtroppo, non ci sono più, e neanche Giannarelli. E i festival, ci sono ancora?

La risposta non è tanto semplice da dare. I festival ci sono, continuano a esistere, costano sempre più soldi e proiettano sempre più film. Ma servono a qualcosa? Qui il discorso si fa più complesso. Fino a qualche anno fa la risposta era evidente: sì, i festival servono ai film, a farli conoscere. Ci sarebbe stato Wim Wenders se non ci fosse stato il festival di Oberhausen? Avremmo scoperto quanto era bravo Abbas Kiarostami senza i premi e le personali che Rotterdam, Cannes, Berlino e Venezia (nell’ordine) gli hanno dedicato? Avremmo conosciuto la ricchezza del cinema di Hong Kong senza le proiezioni di mezzanotte a Locarno, Torino e Venezia che hanno aperto la strada al fatto che i migliori registi di quella parte del mondo conquistassero un posto importante nella nuova Hollywood? La risposta è una e una sola: no, quei festival, quei premi e quelle retrospettive hanno cambiato la storia di quel cinema e di quegli autori, li hanno fatti uscire dall’anonimato, hanno creato un mercato e reso loro possibile un’onorata carriera.

Bene, quel mondo non esiste più. Se il povero Giannarelli potesse rifare oggi quel film, i critici non sarebbero più stati comparse di lusso per la sua finzione. Anche perchè non sarebbero stati in sala stampa, ma chiusi nella loro stanza a guardare sul computer i film del festival gentilmente “linkati” da un efficiente ufficio stampa. E i Wenders e i Kiarostami di nuova generazione sarebbero meno attenti alla proiezione ufficiale del loro film e molto più concentrati sull’incontrare i giornalisti che grazie al magico link hanno potuto vedere nella propria stanza il lungometraggio in questione.

È uno scenario estremo, forse paradossale, ma la risposta sta proprio lì. Per circa un secolo si è pensato che il cinema fosse l’arte moderna per eccellenza, nell’era della riproducibilità tecnica dell’arte stessa della quale parlava Walter Benjamin. Una proiezione a Tokyo era uguale a una a Boston e a una a Roma. Oggi invece il cinema tende a teatralizzarsi. Come per i Dvd, dove gli extra sono spesso più importanti dei film, la proiezione pura non ha più grande attrattiva, anche perchè oggi un film lo si può vedere (abusivamente o no) sul proprio computer. Conta il contorno, l’incontro, la conferenza, il dibattito. I festival più innovativi lo hanno capito, e infatti moltiplicano ospiti, incontri, master classes. Gli altri sono destinati a perire, soprattutto quando l’ego dei direttori fa sì che nella loro mente siano i film a servire ai festival. E soprattutto quando mancano le idee, e quando le retrospettive non cercano scoperte ma fanno concorrenza (perdente, è ovvio) ai bellissimi di Rete4...


[Numero: 43]