cinema la fabbrica dei festival

In coda a mezzanotte per un thriller ignoto: questa è la nostra festa

Cinquecento persone si mettono in fila alle 11,30 di una notte fredda e piovigginosa di novembre, per entrare in una sala che, da mezzanotte, proietterà in successione tre film horror. Non è la “sindrome del nuovo Harry Potter” o il più recente capitolo di Star Wars o di uno dei blockbuster della stagione. Sono tre piccoli horror ignoti e indipendenti, effetti speciali ridotti all’osso, tanta atmosfera, niente star (il nome più evocativo è quello di Osgood Perkins, giovane cineasta figlio di Anthony-Norman Bates). I cinquecento spettatori che aspettano pazienti di entrare in sala (molti dei quali, poi, resteranno fino alle 6 del mattino) partecipano a un evento collettivo che richiama quello che era una volta il cinema.

Il piacere di condividere una passione, una serie di emozioni, una storia, addirittura una successione di idee. Di scoprire cadenze e ritmi narrativi degli antipodi del mondo, di ritrovare le ombre tutt’altro che appannate del passato, di pensare a colazione, ridere all’ora di pranzo, commuoversi a quella di cena e, appunto, avere paura a mezzanotte. Infatti, molti di quei cinquecento spettatori è dal mattino alle 9 che ordinatamente si allineano, entrano in una sala, vedono un film, escono, si riallineano, entrano in un’altra sala, ecc. ecc. E, nelle file, discutono tra loro, si scambiano pareri e consigli e, se per caso, distrazione o ritardo, perdono il film prescelto, si buttano nella sala a fianco, che spesso riserva piaceri inaspettati.

Accade a Torino, durante i nove giorni del Torino Film Festival, che ha tra i propri maggiori punti di forza questo straordinario pubblico, nel quale si mescolano addetti ai lavori e spettatori occasionali, torinesi e appassionati arrivati da tutta Italia e dall’estero, generazioni e generi, nel nome di una cinefilia che è un po’ tradizione e vanto della città, ma che in realtà scorre ovunque, più o meno sotterranea, pronta a emergere appena qualcuno si prende la briga di cercare, scavare, ordinare e proporre: novità, giovani autori sconosciuti, linguaggi e generi emergenti, lo sterminato vaso di Pandora che è il cinema del passato (anche prossimo), sempre più dimenticato e per il quale i giovani letteralmente impazziscono.

Perché, se è innegabile che oggi possiamo vedere, scaricare, comprare, avere tutto, è anche vero che, mai come oggi, sono mancate voci, guide, linee. Nell’assordante silenzio cinematografico dei media tradizionali (dove tutto è per lo più ridondanza mainstream) e nel magma del web, un festival come quello di Torino funziona da “consiglio per gli acquisti”. Ma questo vale per tanti altri festival “metropolitani”, per Berlino, Toronto, Locarno, o per realtà più piccole nelle quali esiste un rapporto consolidato tra spettatori e ideatori: l’oggetto principale è quello che si vede sullo schermo, il film, un film che al TFF è sempre stato amato, difeso e voluto da qualcuno dei selezionatori. E tanto meglio se seduto di fianco a me, alle 9 del mattino, c’è Brian De Palma con la sua sahariana e una tessera stampa identica alla mia appesa al collo (come accade a Toronto) o, come può accadere a Torino, Elliott Gould con un parka che sembra uscito da M.A.S.H., che vuol vedere un film tahilandese. È questa la festa.


[Numero: 43]