cinema la fabbrica dei festival

I fratelli Lumière avevano già capito tutto

Sulla passione autentica e potente che lega al grande schermo Thierry Fremaux, direttore del Festival di Cannes dal 2007 (dopo aver curato, dal 2001, la Selezione ufficiale della rassegna), ogni dubbio è superfluo. Eppure, se qualcuno ne avesse, basterebbe fargli ascoltare Fremaux mentre racconta, lontano dalla bagarre della Croisette, libero dallo stress di guidare la kermesse cinematografica più importante del mondo, la storia della nascita del cinema e dei fratelli Lumière che, come lui, sono cresciuti a Lione. Quest’estate, in anteprima al Taormina Film Fest, il «délégué génèral du Festival» ha accompagnato con la sua voce la proiezione dei primi film girati dagli inventori della settima arte, un mosaico di emozioni (restaurato con la Cineteca di Bologna) in cui «c’era già tutto il cinema venuto dopo, gli effetti speciali, i remake, le metafore». Mancavano solo i festival, che poi ne sono diventati puntello fondamentale, rampa di lancio, altare di massima celebrazione.

A che cosa serve, nell’era che in cui i film possono essere visti e diffusi in mille modi diversi dalla sala, tenere in piedi il grande circo del Festival di Cannes e, più in generale, quello degli altri, numerosi, festival internazionali?

«Del cinema è stata annunciata mille volte la morte e, invece, puntualmente, ha saputo reinventarsi. I Festival sono il segno tangibile di questa vitalità, durante quello di Cannes succede che, per due settimane, i media del mondo parlino di film, e questo è fondamentale. Poi c’è il valore insostituibile dell’esperienza collettiva».

Che cosa intende?

«Ritrovarsi a guardare film con persone provenienti da ogni parte del globo, vedere un’opera e condividere l’emozione che provoca, a iniziare da quella della scoperta. La gente ha bisogno di tutto questo. Possiamo paragonare il cinema al calcio. I film, come le partite, si possono anche vedere a casa, sul computer, sul telefonino, in tv. Ma seguire una partita allo stadio è diverso, così come è diverso vedere un film in una sala cinematografica».

Cannes è il festival più importante del mondo. Qual è il suo segreto?

«Il festival si basa su quattro fondamentali pilastri: gli autori, il glamour, il mercato, l’attenzione della stampa internazionale».

Quattro condizioni irrinunciabili su cui, però, in tanti hanno da ridire. Del glamour, quindi dei divi sulla montée des marches, si dice che rubino la scena ai film e che, pur di averli, si fa qualunque cosa, magari anche selezionare pellicole importanti solo per via del cast.

«La bellezza di Julia Roberts o di Marion Cotillard sulla montée ha un valore, e non leva nulla al resto. Se dietro non ci fosse tutto il lavoro di ricerca e selezione dei film e il fatto che ce ne arrivino sempre tanti, segno della salute del cinema internazionale, il tappeto rosso non esisterebbe o non avrebbe senso».

C’è chi lamenta, ed è accaduto anche durante l’ultima edizione, il grande potere acquisito dall’industria della moda, dai marchi e dagli stilisti che usano la rassegna per promuoversi. Che cosa ne pensa?

«La stampa tende a ripetersi, scrivendo che la moda è diventata troppo importante...ma non è affatto vero che nella scorsa edizione abbia preso maggior potere rispetto al passato. È vero, invece, che Cannes, per finanziarsi, ha bisogno anche di partner privati. E comunque, più di tutto, sulla Croisette, contano i giudizi sulle pellicole e il confronto tra le persone che seguono la rassegna, l’argomento di discussione più importante, a colazione come a cena, resta sempre il cinema. Insomma, il valore economico non supera mai quello culturale e, comunque, il più grande festival del mondo deve interessarsi anche del primo aspetto, deve sostenere i film».

Il mercato è il cuore pulsante della kermesse, eppure le transazioni finanziarie potrebbero avvenire tranquillamente a distanza.

«Oggi tutto può svolgersi in modo virtuale, ma la gente continua ad avere voglia di incontrarsi, di parlarsi guardandosi in faccia prima di vendere o di comprare. E comunque è noto a chiunque che a Cannes le attività degli autori e quelle del mercato convivono in una situazione di equilibrio. E le seconde non levano niente alle prime, chi viene a Cannes in quei giorni, anche solo per concludere affari, conosce almeno i titoli dei film in concorso. I frequentatori del mercato sono cinefili, anche se parlano di soldi».

La Mostra di Venezia e la Berlinale sono, storicamente, i due festival internazionali che contendono il primato a quello di Cannes. Come li giudica?

«Tutti i festival sono importanti, ognuno ha il suo pubblico a cui propone una diversa offerta, e ognuno, rappresenta per i registi, un’occasione per farsi conoscere. La Mostra di Venezia è il nostro fratello italiano, ha quel qualcosa di antico...ed è molto importante per la salute del cinema italiano. E Poi Alberto Barbera è un grande amico».

Il cinema è sempre più minacciato dalle serie televisive, genere a cui i Festival hanno ormai aperto le porte. Come andrà a finire la battaglia tra piccolo e grande schermo?

«La tv sta vivendo la sua età dell’oro, anche se, in realtà, la tv pura è informazione e programmi in diretta, mentre le serie non sono altro che un’altra forma di racconto cinematografico. A tutt’oggi, comunque, una brutta serie tv è meglio di un brutto film. Il cinema, però, resta la chiesa...Sa che cosa diceva Godard? Per vedere i film si alza lo sguardo sullo schermo, per vedere la tv lo si abbassa».

Tra le due attitudini, sembra che, soprattutto i ragazzi, tendano a preferire la seconda.

«Infatti bisogna insistere nel settore dell’educazione e dell’istruzione. In Francia ci si batte non solo per finanziare le opere degli autori, ma anche per far conoscere il patrimonio cinematografico alle generazioni più giovani. L’importante è insistere, bisogna educare alla visione delle opere, proprio come si fa con la musica classica».

Insomma, il cinema gode tuttora di buona salute?

«Ci sono state altre epoche in cui il cinema, per resistere, ha dovuto inventare cose nuove, i progressi delle tecnologie hanno coinciso con altrettanti avanzamenti del suo percorso vitale, con ulteriori trasformazioni che non gli hanno fatto mai perdere la sua qualità di arte unica, irripetibile... succederà anche adesso, il cinema amplierà ancora le sue straordinarie possibilità, basta pensare che oggi il Paese più importante per il settore non è più l’America, ma la Cina».

Intanto, nel maggio 2017, il Festival di Cannes si avvia a celebrare il suo settantesimo anno di vita.

«Sì, Cannes compirà 70 anni e il suo anniversario sarà occasione per celebrare tutto il cinema, di tutto il mondo».


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