cinema la fabbrica dei festival

Ho sognato Anita prima di conoscerla

«Sono nato a Rimini. Tu conosci Rimini? No, tu non puoi conoscere Rimini. Nessuno può conoscere Rimini a meno di non esserci nato e averci passato tutta l’infanzia a bighellonare in giro con la curiosità di un topo. Non puoi nemmeno immaginare, Rimini...È d’importanza vitale essere nato in un posto che esce dall’ordinario. Se fossi stato genovese, probabilmente sarei banchiere e sarei sedentario. Se fossi nato a Siviglia, sarei un torero e passerei la vita a morire di fifa. Ma sono nato a Rimini.

«È soprattutto il mare che d’inverno colpisce con fragore. Diventa straordinario, grigio, violento, una specie di brodo di alghe in perpetua ebollizione. Questo mare, lo sai, lo amo con passione! È commovente e misterioso, è traditore e accogliente, non te ne puoi fidare un secondo, e tuttavia troppo spesso gli ci si affida ciecamente. È un mare-donna. Più forte degli uomini che lo solcano. Più forte della loro diffidenza. In tutti i miei film, il mare Adriatico è là, presente…».

«Quella notte, feci un sogno strano e, in qualche modo, premonitore. Ero tutto solo, sulla spiaggia, col vestito della prima comunione. La luna, alta nel cielo, era piena. Faceva un caldo atroce. Il mare respirava rumorosamente, simile a un mostro affannato da una lunga corsa. Avevo molta paura e non sapevo esattamente di cosa. All’improvviso, sbucando dal nulla, una donna gigantesca – la mia testa non arrivava alle sue ginocchia – si chinò sopra di me e, delicatamente, mi raccolse nel cavo della sua mano. Era d’una bellezza straordinaria, questa donna. Grandi occhi verdi, profondi, brillanti, allungati fino alle tempie, una bocca larga e umida che non smetteva di ridere, lunghi capelli d’oro biondo che le arrivavano alle reni, un incedere morbido e grave allo stesso tempo, una falcata da belva regale. «Era vestita – oh, così poco – con una specie di tunica bianca di un tessuto trasparente. Il suo corpo era identico a quello delle statue antiche dei miei libri di scuola.

«Mi accarezzò lungamente la schiena con la punta del dito e, nel far questo, prese a sospirare, anche lei, con una voce sorda e tremula: “Come sei bello… piccolo italiano… come sei bello ”. Fece mostra, a più riprese, di gettarmi in mare. Ma si ricredeva ridendo della mia paura. Poi, tutto d’un colpo, come se il gioco avesse smesso di interessarla, mi posò bruscamente sulla sabbia bagnata, là dove il mare si estingue trasformato in schiuma di neve. Ella scomparve, com’era venuta, eclissandosi. Io scoppiai a piangere disperatamente. Forse perché la rimpiangevo già. Mi svegliai in lacrime, orribilmente triste. Di fianco al mio letto, mia madre mi osservava scuotendo la testa, preoccupata. Il mattino dopo, mi purgo.

«Per molto tempo, fantasticai di questa dea enigmatica che si era presa gioco di me una seria di plenilunio in riva al mare. Poi, un giorno – anni più tardi – la rincontrai. Comparve senza preavviso, simile a lei, più bella che mai, in compagnia dell’amico che me la presentò. Era Anita Ekberg. Le parlai subito come si parla a un’amica di vecchia data. Lo era. Solamente, non lo sapeva».


[Numero: 43]