cinema la fabbrica dei festival

E dopo E.T. sulla Croisette un sottomarino è emerso in laguna

A ll’inizio c’era solo Venezia. La sera del 6 agosto del 1932, su quella stessa terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido che resta ancora il cuore del festival, proiettarono “Il dottor Jekyll” di Rouben Marmoulian. Nei giorni successivi vennero esibiti film di Frank Capra, di King Vidor, di Ernst Lubitsch e di René Clair. Ci furono anche balli e feste, un successo. Soprattutto, quella manifestazione è entrata nella storia del cinema perché in quell’occasione nacque un concetto diventato nel frattempo ubiquo e iperinflazionato: quello del festival del cinema. Ma erano gli anni del fascismo. Due anni dopo, apparve la “Coppa Mussolini”. E proprio in reazione a Venezia che aveva ormai preso una sfacciata piega di regime, la Francia repubblicana decise di offrire una sua alternativa, a Cannes. Gary Cooper e Mae West erano in viaggio su un transatlantico per raggiungere la nuova manifestazione. Ma lo stesso giorno in cui il festival avrebbe dovuto avere il suo battesimo, la Germania nazista decise di invadere la Polonia. Venne cancellato.

Cannes riprese dopo la guerra e non ci mise molto a scalzare Venezia. Ma la kermesse del Lido può vantarsi di aver segnato una nuova strada per promuovere il cinema. Perché a seconda di come si fa il conteggio il numero di festival annuali è arrivato a quota 900, c’è chi dice anche il doppio. In ogni stagione, in qualche ovvio ma anche remoto angolo del pianeta, c’è un festival dedicato al cinema indipendente, ai classici, all’horror, alla fantascienza, all’animazione, all’erotico. Di tutto, per ogni gusto. Con i grandi studios di Hollywood che sempre di più ne controllano le sorti, offrendo, o negando, i loro film e le loro stelle più popolari. Una volta, non molto tempo fa, la funzione di un festival del cinema era aiutare autori sconosciuti a farsi notare. Ma ora Cannes e Venezia e gli altri grandi e piccoli festival vogliono nomi conosciuti, le “celebrities”. I festival non fanno stelle, sono le stelle che fanno i festival.

Come si è passati a questa nuova situazione? Tra le spiegazioni c’è che sino alla metà degli Anni ’60 la scelta dei film americani che andavano ai festival non era nelle mani dei singoli studios ma della loro associazione di categoria, la Motion Pictures Association, che vide per anni i festival all’estero come uno strumento di propaganda. Erano gli anni della Guerra Fredda e non è un caso se il festival di Berlino, creato nel 1951, nacque nella metropoli che più simboleggiava il conflitto Est-Ovest. Un affare politico-burocratico. Se non perché c’era una Grace Kelly che trovava il suo Principe, la stampa Usa non seguiva molto i festival. Ma poi a Cannes arrivarono “Un uomo e una donna”. E “Z”. E divenne il santuario di una nuova generazione di autori americani che avrebbero trasformato il volto del cinema: Martin Scorsese, Al Ashby, Robert Altman, Sidney Pollack, Terrence Malik, Francis Ford Coppola.

Un punto di svolta è stato forse il 1982, quando Cannes chiuse con “E.T.”. Che ci faceva lì, all’augusto Palais, un film di fantascienza su un adorabile extraterrestre? Ma la proiezione fu un grande successo e negli anni c’è stato il lancio di “Godzilla” e “Il codice da Vinci’ e anche un “Indiana Jones”. Per non essere da meno Venezia ha permesso che per promuovere “Allarme Rosso” Denzel Washington emergesse da un sottomarino in Laguna.

Dove le strutture sono antiquate ed eternamente in fase di rinnovamento, gli alberghi praticano prezzi da estorsione, i commercianti sembrano eternamente scocciati. E poi c’è la concorrenza sempre più incombente del festival di Toronto, proprio nel mezzo di Venezia, un’ora di volo da New York, cinque da Los Angeles. Come tutti i direttori di festival, Alberto Barbera è in una situazione difficile. Se punta troppo su Hollywood, rischia di alienare i film-makers del resto del mondo. Se non offre le celebrities, i media lo ignorano. Cerca il giusto mezzo. E per ora gli sta andando bene. Ha aperto tre anni fa con “Gravity”, quello dopo con “Birdman”, l’anno scorso ha mostrato “Il caso Spotlight”. Leoni d’Oro niente, ma tutti e tre i film hanno raccolto valanghe di Oscar. Venezia può sempre dire che è stata la prima. E che porta fortuna.


[Numero: 43]