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Il giorno che Ferrari diede la polvere a Mussolini

Il motore. Una condanna, un vizio, un qualcosa che è entrato sotto la pelle degli emiliani fin da quando i contadini armeggiavano con il trattore e la benzina agricola, che era poi gasolio, sotto il sole che faceva bollire le teste, e Guareschi raccontava leggende quasi credibili di meccanici silenziosi, capaci di rettificare una biella solo con la lima, e di valutare l’effetto a orecchio, facendola risuonare con un colpetto di martello. Se era intonata giusta, sul diapason dell’arte metallica, il lavoro era ben fatto, senza bisogno di tante altre misurazioni. E dev’essersi insinuato, l’amore per la meccanica, fin nelle profondità del codice genetico, in quelle vertigini spiraloidi dell’acido desossiribonucleico che presiedono alla rivalità tra emiliani e romagnoli, se è vera com’è vera la storia della lotta automobilistica tra Enzo Ferrari e Benito Mussolini, raccontata da Leo Turrini nella sua biografia del Drake.

Non lo sapevate che Mussolini era passato di qui? Proprio lui, il maestro elementare di Predappio, “Muslèn”, il Duce, il fondatore dell’Impero, costretto con la sua Alfa a mangiare la polvere sulla tortuosa Modena-Sassuolo. E alla fine tutto impettito, togliendosi i guanti e sporgendo la mascella, infrangibilmente sportivo: «Lei, Ferrari, mi ha dato una lezione di guida». Perché, come sanno tutti, Enzo il coriaceo, una scorza spessa così, non faceva sconti a nessuno, nemmeno al capo del fascismo. Figurarsi se poteva aver compassione o concedere alcunché, uno che sosteneva che a ogni figlio i piloti impiegano un secondo in più al giro, e che il suo proprio figlio “illegittimo”, in azienda l’ha sempre presentato come «il signor Lardi, mio collaboratore».

Ma non facevano sconti a nessuno neanche i lavoratori della fabbrica di Maranello, perché erano e sono un’aristocrazia della classe operaia, gente che ha visto passare sfrecciando Fangio, Surtees, Scheckter, Villeneuve, Lauda e figurarsi se si fa impressionare da qualcuno, si chiamasse pure Schumacher e avesse quella basletta gigantesca da tedesco. Hanno visto anche il papa (quel polacco con «gli zebedei al tungsteno», come disse slacciandosi la tuta rossa il meccanico Amos Silingardi, del reparto corse), salire su una gran turismo rossa, nel giugno del 1988, e fare un giro di pista sul circuito di Fiorano; mentre, poveretto, il vecchio Ferrari era ormai così stanco e stava così male da non potersi presentare all’incontro con Wojtyla. E gli è sembrata la cosa più normale del mondo, agli operai, vedere il papa sulla loro granturismo; mentre altri fabbricanti di macchine, per avere un testimonial così, tutto vestito di bianco sul colore sfolgorante dell’auto, avrebbero venduto l’anima al buon Dio, non solo al Diavolo, al quale l’avevano certamente già venduta da un bel pezzo.

Adesso se ne stanno lì, gli operai, in una fabbrica che sembra un salotto di avanguardia o una farmacia tecnologica, con gli alberi veri nelle aiuole fra un tornio elettronico e una fresatrice intelligente, fra gli automi impressionanti che con un braccio meccanico immergono i pezzi nell’azoto liquido a 200 gradi sotto zero e li infilano nell’apposita sede del monoblocco, così quando il pezzo incapsulato riguadagna calore si dilata e non si muove più. Mentre la temperatura interna è rigorosamente di 23 gradi, e non si avverte quasi neanche l’odore dell’olio, il sentore familiare dell’officina, sicché quando passa un’operaia giovane, assunta perché le donne sono più brave nel montaggio di certi particolari nel motore o nella rifinitura delle pelli, già la si immagina il sabato sera in un locale, nella migliore tenuta sexy, ombelico di fuori, vitalissima nel ballo sui tacchi assassini, che danno un aiuto al femore tradizionalmente non infinito delle padane, e al culo non proprio altissimo ma onesto.

E alle due linee di montaggio il tempo sembra scorrere lentissimo: capirai, completano una macchina al giorno, anzi, una virgola uno per la precisione, controllano il lavoro piegando la testa e socchiudendo un occhio come per prendere la mira, con un’espressione critica sul volto, e quando si presenta il solito visitatore che non ha mai visto una fabbrica in vita sua e reprime a stento la meraviglia di non trovarci dentro gente imprecante a torso nudo, e sporca e sudata, quegli operai fichissimi lo guardano con la superiore indulgenza di chi è abituato a realizzare entità supreme, meccaniche siderali, verniciature metafisiche, e continuano muti il loro lavoro perfetto.


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