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Il 70% degli studenti di oggi farà un lavoro che ora non si conosce

Industria 4.0? Di certo sappiamo che la trasformazione del sistema produttivo sarà inevitabile. Quanto tempo servirà per portarla a compimento, come cambierà la capacità competitiva delle nostre imprese e soprattutto come cambierà il lavoro, però, è difficile da prevedere. «Sappiamo solo che il 70% degli studenti di oggi domani farà un lavoro che ancora non si conosce», segnala Paolo Boccardelli, docente di economia e gestione delle imprese e direttore della Business School dell’università Luiss di Roma. «Tanti posti di lavoro verranno distrutti, ma tanti altri verranno creati. A fare la differenza saranno le competenze, innanzitutto quelle di natura umanistica».

Professore, partiamo dall’inizio. Cos’è questa Industria 4.0: è corretto definirla come la “Quarta rivoluzione industriale”?

Industria 4.0 può certamente essere letta come una rivoluzione industriale. Però, attenzione, non è solo industria. Ma è un ecosistema di conoscenze, innovazione e di servizi alla produzione che vengono rivoluzionati dalle tecnologie digitali. Sono cinque le “leve” di questo cambiamento: internet delle cose, sistemi di cloud computing, realtà aumentata, robot industriali e stampanti 3D.

Il modo di produrre come cambierà?

In maniera radicale. Noi, fino ad oggi, eravamo abituati a ragionare sulla produzione manifatturiera in chiave di sottrazione. Ovvero si partiva dalla materia prima per arrivare al prodotto finito, producendo scarti che poi magari si cercava di riciclare. Mentre la logica delle stampanti 3D è una logica additiva, diametralmente opposta alla prima: la produzione diventa

più pulita e più sostenibile. In pratica si utilizza solo il materiale che serve, senza sprechi.

Le nostre imprese sono pronte a questo salto?

Le aziende italiane di successo, che hanno investito molto sul prodotto e che continuano a presidiare in maniera forte il mercato, sono in campo da tempo con investimenti rilevanti se non finanziari certamente di analisi, studio e progettualità sulla manifattura 4.0. Devono solo aumentare l’impegno nella formazione. Diverso è il discorso dei piccoli, che potrebbero essere spaventati dal possibile aumento dei costi, e che pertanto andrebbero aiutati. Più in generale noi siamo un paese abituato a tradurre in prodotti cultura, estetica e bello agendo col design e con la produzione manuale, per cui presto potremmo avere problemi. C’è infatti il rischio che artigianato e manifattura di piccola scala possano essere minacciate da prodotti che vengono da altri paesi.

In positivo c’è il fatto che tante imprese, e già molte lo stanno facendo, potrebbero riportare in Italia produzioni che erano state delocalizzate. In alcuni settori, a partire dalla meccanica di precisione, la rivoluzione digitale sarà poi un volano che potenzierà la nostra capacità competitiva consentendoci di entrare in segmenti di mercato con produzioni anche fatte su piccola scala, cosa che prima non era conveniente.

Ma il Paese è pronto oppure no?

La politica economica del governo punta molto su questa rivoluzione: la digitalizzazione è certamente al centro del programma di Renzi e del ministero dello Sviluppo. Semmai possiamo chiederci se le risorse disponibili sono sufficienti a recuperare il ritardo rispetto ad altri paesi che sono partiti prima di noi, in primis la Germania. Se vediamo lo stato della nostra infrastruttura digitale non c’è dubbio che siamo indietro. Il problema è che la rivoluzione della manifattura 4.0 non è solo il progetto di un’impresa ma deve essere un progetto di sistema, che richiede infrastrutture digitali fisiche adeguate, a partire ovviamente dalla banda larga, e infrastrutture immateriali (in primis il sistema formativo).

Alla fine saranno più i posti distrutti che quelli creati. Vero, falso?

Nel lungo termine non ci sarà una distruzione di posti di lavoro ma una loro trasformazione. Ovviamente alcuni lavori scompariranno e nel breve termine ci sarà certamente una calo di occupati. Secondo il World Economic Forum di qui al 2020 nei paesi Ocse scompariranno 7 milioni di posti e ne verranno creati 2 milioni. Anche la Germania perderà occupati, mentre l’Italia dovrebbe essere in equilibrio.

Quali mestieri e professioni scompariranno?

Innanzitutto spariranno posti di lavoro, mansioni ed operazioni di tipo ripetitivo: attività di ufficio, i contabili. Poi, per effetto dell’introduzione dei robot, scenderà il numero di addetti alle produzioni manifatturiere, caleranno le costruzioni ma anche i servizi legali, visto che anche in questo campo stanno arrivando software che consentono di fornire consulenze on line come avviene già negli Usa.

E dove verranno creati i nuovi posti?

In tutti i campi più intellettuali della produzione. Però, al di là dell’impatto sugli occupati, questa rivoluzione fa vedere come le competenze, le cosiddette skills richieste nel mondo del lavoro, cambieranno in maniera profonda. In particolare tutto il dominio cognitivo, se rutinario, verrà sottoposto ad una forte pressione, mentre tutto il dominio interpersonale, creativo, emozionale e sociale legato soprattutto alle competenze di natura umanistica è destinato a crescere. Penso alla comunicazione allargata, il famoso “storytelling”, inteso però come capacità di fare “engagement”, di convincere tutta l’organizzazione a lavorare su un determinato progetto, una competenza che oggi appartiene soprattutto ad alcuni leader, ma che è già inserita tra le attività formative all’interno delle Business School. Poi metterei la creatività, quindi la capacità di analisi e di valutazione degli scenari e di discernimento delle informazioni. Perché in una società complessa, destrutturata, che cambia in misura rilevante e in tempi rapidi come la nostra, anche questo diventa un fattore decisivo per avere successo all’interno di una organizzazione. Questi sono elementi che in passato venivano catalogati come “soft” ma in realtà sono diventati “hard”, perché queste oggi sono le skills decisive per avere successo.


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