[Sommario - Numero 41]
Un altrove
Leila Slimani
La prossima guerra
Edoardo Albinati
Va tutto bene
Chiara Gamberale
E io dissi di sì
Simonetta Agnello Hornby
Café de turin
di Maurizio Cucchi
La mia vicina Jolanda
Maurizio Maggiani
Ribellatevi: leggete breve
Massimo gramellini
Osate: leggete lungo
BRUNO VENTAVOLI
Leggere allunga l estate

Va tutto bene

Nasciamo senza denti, ma c’è chi nasce senza un braccio.

Nasciamo senza capelli, ma c’è chi nasce senza un dito.

Nasciamo con gli occhi chiusi, ma c’è chi nasce senza un occhio.

Nasciamo e ogni tanto, magari mentre non ce ne accorgiamo, saremo felici, ma c’è chi non lo sarà mai, nasciamo tutti e spesso soffriremo, ma Giovanni no.

Nei primi anni della sua vita, i genitori credevano solo che fosse un bambino buono, straordinariamente buono.

- Il dottore gli ha fatto il vaccino: e lui? Osservava l’ago entrare nel suo braccino e sorrideva!

- Gli è venuta la varicella, la febbre gli è salita fino a quaranta, ma lui continuava a giocare con il suo orsacchiotto…

Raccontavano, pazzi d’amore e fieri.

Finché però, un giorno, la maestra chiamò la madre, perché corresse immediatamente all’asilo, ché Giovanni giocando a ruba bandiera con gli altri bambini era scivolato e si era spaccato la testa.

Ma lo spettacolo che più aveva sconvolto la maestra non era tanto quello di un bambino con un taglio che andava dall’orecchio alla fronte e che continuava a perdere sangue. Era quello di un bambino che, con un taglio che andava dall’orecchio alla fronte e che continuava a perdere sangue, non urlava, non piangeva. Voleva solo tornare a giocare a ruba bandiera.

Gli occhi sgomenti della maestra frugarono fra le domande che la madre, da un po’ in tempo e in una parte misteriosa di sé, cominciava a farsi. E una volta al pronto soccorso, per mettere i punti sulla testa del figlio, approfittò subito del giovane medico che le venne incontro. Gli spiegò, male come solo una madre preoccupata può fare, qual era la situazione. Chiamò a raccolta ricordi che non immaginava di avere, episodi di cui assieme al marito si era compiaciuta e che ora, per la prima volta, le sembravano spaventosi, e ogni volta che perdeva il filo del discorso ripeteva che comunque Giovanni era un bambino eccezionale.

- Certamente lo è - intervenne, a un certo punto, il medico.- Infatti c’è un’altissima possibilità, signora, che suo figlio sia nato con un’insensibilità congenita al dolore.

- Cioè?

Fu un neuroscienziato a rispondere alla madre di Giovanni. Dopo una lunga serie di analisi, infatti, era risultato evidente che, per una sconcertante mutazione genetica, Giovanni non provava dolore e mai l’avrebbe potuto provare.

Era dunque in pericolo e sempre lo sarebbe stato: e il pericolo era proprio quello di non riuscire a sentirsi mai in pericolo. Nessuno spigolo gli avrebbe insegnato che è meglio, molto meglio, non andarci a sbattere, la lama di nessun coltello lo avrebbe educato a non infilarsela in bocca, non ci sarebbe stato freddo contro cui sentire il bisogno di ripararsi per non morire assiderato o caldo da evitare.

Così, i genitori, smarriti ma sempre più pazzi d’amore, cominciarono a costruirgli un mondo tutto per lui, che si prendesse la responsabilità di difenderlo proprio dove Giovanni si sentiva al sicuro e non avvertiva di correre rischi.

Prima di tutto fiorirono cartelli, cartelli per tutta la casa. Agli angoli dei mobili: ATTENZIONE. Ai fornelli, ai davanzali delle terrazze, alle prese elettriche. ATTENZIONE, ATTENZIONE, ATTENZIONE. Ogni sera, poi, cominciarono a dedicarla alla spiegazione dettagliata di quello che succedeva fuori dalle mura di casa. Dove era importante rispettare i semafori, perché se fosse stato investito da una macchina magari lui si sarebbe rialzato subito, ma era necessario, assolutamente necessario, che non accadesse. Era fondamentale non inciampare, guardarsi dalle buche sulle strade, non considerare dei giocattoli le siringhe o i chiodi che avrebbe potuto trovare per terra e si sarebbe potuto conficcare in una mano senza percepire neppure un piccolo fastidio, doveva allontanarsi se avesse visto qualcuno tirare pugni o calci e, soprattutto, telefonare subito a uno di loro ogni volta che avesse perso sangue o che da qualche parte, addosso, gli fossero spuntate quelle macchie blu che si chiamano lividi.

Passarono i giorni, i mesi, gli anni e, come succede a tutti, la stranezza di Giovanni lasciò il posto a Giovanni. Per i genitori e per gli amici e per i professori era un ragazzino che aveva un problema, certo. Ma che aveva anche gli occhi grandi, il naso a patata, era bravo in matematica, giocava a basket e parlava troppo. Di tutto, tranne di quello che, non affliggendolo, lo affliggeva.

Ogni tanto la madre ci provava:

- Tesoro, come stai?

- Bene, mamma. Va sempre tutto bene, lo sai.

- E non fa mai male che vada sempre tutto bene?

- No, direi di no.

Ed era così, davvero. Proprio per questo quell’estate, l’estate dei suoi quattordici anni, se la sarebbe ricordata per sempre. Era andato una settimana al mare, a casa di un compagno di classe, con centinaia di post it sullo zaino: NON RIMANERE PIÙ DI DIECI SECONDI CON LA TESTA SOTT’ACQUA, LA SABBIA SCOTTA SOPRATTUTTO DA MEZZOGIORNO ALLE QUATTRO, NON TOCCARE LE MEDUSE.

E una sera, a un falò sulla spiaggia, mentre rifletteva sul fatto che al fuoco pare sia meglio non avvicinarsi troppo, gli si avvicinò lei. Aveva i capelli rossi e lunghi, un vestito bianco e due bicchieri di Coca Cola nelle mani.

- Vuoi?- Chiese a Giovanni.

- Grazie.

- Io mi chiamo Valentina, oggi compio diciassette anni. Sono qui con mia nonna e non la sopporto più.

- Io mi chiamo Giovanni. Auguri. Che ti ha fatto tua nonna?

Valentina si accovacciò sulla spiaggia, così vicina da sfiorargli il ginocchio con il suo. Cominciò a raccontare che sua nonna aveva un’evidente preferenza per sua sorella, perché le lasciava fare tutto, mentre con lei aveva sempre qualcosa da ridire, e poi prese a parlare della città dove viveva, Pavia, o forse Padova, Giovanni all’improvviso non ascoltava niente. Ma sentiva qualcosa, dentro, che, più non ascoltava Valentina, più gli faceva venire voglia che lei parlasse. Mentre a lui sembrava di non saperlo fare più: rimaneva zitto, rimbambito da quei racconti di cui non gli importava niente e voleva sapere tutto, allo stesso tempo.

Oggi, quando ripensa a quel momento, Giovanni non saprebbe dire quanto è durato. Mille ore, avrebbe risposto lì per lì. Pochi minuti, in realtà. Perché quasi subito, alle loro spalle, era arrivata una voce:

- Vale, ma dov’eri finita? Torniamo a casa?

E quella voce era di un ragazzo alto, con i capelli più lunghi di quelli di Valentina e una maglietta con su scritto NO.

- Ero qui che parlavo con il mio nuovo amico, si chiama Giovanni. Giovanni, lui è Fulvio, il mio ragazzo.- Fulvio fece un cenno con il mento a Giovanni e poi, di nuovo:- Torniamo a casa?

E Valentina si alzò, diede un bacio veloce sulla guancia del suo nuovo amico, prese per mano Fulvio e sparì, nella notte e dalla vita di Giovanni.

Che però, per la prima volta, lì, proprio lì dove fino a un attimo prima c’era solo la voglia di ascoltare senza ascoltare Valentina, sentì qualcosa spezzarsi.

Gli fece malissimo.

Realizzò che nessun cartello, nessun post dei suoi genitori avrebbe potuto salvarlo.

E fu il regalo più bello che la vita, fino a quel momento, gli avesse mai fatto.


[Numero: 41]