[Sommario - Numero 41]
Un altrove
Leila Slimani
La prossima guerra
Edoardo Albinati
Va tutto bene
Chiara Gamberale
E io dissi di sì
Simonetta Agnello Hornby
Café de turin
di Maurizio Cucchi
La mia vicina Jolanda
Maurizio Maggiani
Ribellatevi: leggete breve
Massimo gramellini
Osate: leggete lungo
BRUNO VENTAVOLI
Leggere allunga l estate

Un altrove

I pomeriggi le apparivano interminabili. Suo padre faceva un pisolino e poiché aveva il sonno leggero esigeva un silenzio assoluto. Il minimo rumore di passi, il più sottile bisbiglio erano sufficienti a svegliarlo. Una o due volte le era già capitato. Era stata punita, rinchiusa nella sua stanza fino all’ora di cena. Il pomeriggio sua madre non c’era. Le donne delle pulizie si occupavano della lavanderia. Quando Rim era ancora piccola, le donne la portavano con loro. La facevano stendere sulle lenzuola umide e lei dormiva tra i vapori del ferro da stiro. Poi era diventata troppo grande, chiacchierona, indomita. Allora l’avevano cacciata dal loro mondo, dicendole di andare a giocare da un’altra parte. Di trovarsi qualcosa da fare. Ma Rim non poteva uscire dalla grande villa che suo padre aveva fatto costruire, in un quartiere lontano dalla città, alla fine di un vialone deserto. Una costruzione fredda, spigolosa, con grandi vetrate al posto dei muri. Per vicini degli operai edili che dormivano sotto le impalcature e che la spaventavano. Lei non camminava mai sul vialone. Nessuno l’avrebbe accompagnata, non c’era niente da fare d’altronde. E in ogni caso, le ripetevano, le brave ragazze non vanno a passeggio sui viali.

Rim schiacciava la fronte contro i vetri. Guardava scorrere le ore, come un gabbiano rinchiuso in una gabbia piccina. Voleva che il tempo passasse, che la vita avesse inizio. Sentiva che qualcosa di diverso poteva succedere. È a quell’età, intorno ai 13, 14 anni, che ha iniziato a viaggiare. Spinse il letto contro la finestra per godere della luce del giardino. Ascoltava il rumore del vento tra le foglie dei pioppi. Si sedeva, la schiena contro il muro, le gambe tese. E il viaggio cominciava. Andava in Russia. Ha camminato sulla prospettiva Nevskij sotto braccio a un poeta che moriva di fame. Ha dormito in case poverissime, affittate da donne gobbe e avare. Ha bevuto litri di thè e vodka, dato un morso a cipolle crude e cetrioli dal gusto aspro. Ha aspettato invano sul ponte Aničkov un appuntamento che non è mai arrivato. Lei che non aveva mai visto la neve, ha sentito sotto i suoi stivali il terreno gelato di un campo di battaglia. Un mattino, sotto un cielo violetto, ha preso un battello sul Volga. Ha viaggiato in treno, in carrozza, a cavallo. Di fronte a lei il fiume Amur. Rim era prigioniera, paria, nemica del popolo. Le ossa rotte, le mani coperte di geloni, ha costruito una strada che nessuno ha mai preso.

La vita a volte veniva a disturbare i suoi sogni. “A tavola”, “andiamo”, “solleva gli occhi dal libro”. Nel cortile della scuola i suoi compagni giocavano. Non sentivano il fischio della locomotiva, lo stupore della folla, l’esile voce del piccolo venditore di kvass. Non capivano affatto la sofferenza di Rim. Anna Karenina era morta e Rim era in lutto. Camminava come sotto l’effetto di droga. La realtà le sembrava sporca, banale, confusa. La sua anima era colma di uno strano languore, di sentimenti mai vissuti, troppo grandi per lei, ma di cui aveva una percezione intensa. L’infanzia piatta, senza scontri, fatta di silenzio e ripetizioni, si era popolata di sogni. Rim si era fatta degli amici che non potevano tradire e non mentivano mai.

Suo padre non lavorava. Lei sapeva che si annoiava, che era amareggiato, che questa vita per lui non aveva senso. Tutti i giorni restava seduto allo stesso posto sul divano bianco e rosso, il bracciolo annerito dal fumo di sigaretta. Di fronte a lui, sul tavolo, per terra, tra i cuscini, pile di libri che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di toccare. Un giorno gliene lanciò uno, come si lancia una palla a un cane. Per farla tacere, per allontanarla. Quel giorno Rim scoprì l’America. Da New York alla California, attraversò il continente. Amò soprattutto il sud appiccicoso, il nome magico dell’Alabama. I Negri di Faulkner, i balli tristi di Fitzgerald. Guardava stagliarsi all’orizzonte le frontiere del West. Le sue narici si riempivano della polvere sollevata dagli zoccoli dei cavalli. Ogni giorno, tornava a sedersi ai piedi di suo padre e lui le dava il suo pasto. L’ha fatta abbuffare di storie. Gli offriva New York e le pianure del Montana, le coste del Pacifico, i languori di Albuquerque, la malinconia dei sobborghi di Atlanta.

Leggeva mentre camminava, sul sedile della macchina, sul fondo del bus, di nascosto sotto il tavolo, il libro appoggiato sulle ginocchia. Riaccendeva la luce, di notte, molto tempo dopo che sua madre era venuta a rimboccarle le coperte. La mattina la trovavano pallida, stanca. Guardavano le sue occhiaie blu, che la invecchiavano e le davano l’aria di chi ha già vissuto. “Questa bambina dorme male. È agitata. Sono tutti questi libri che le confondono la mente”. A Parigi camminavamo avanti e indietro sui Grands Boulevards. Rim beveva boccali di birra sulla riva del Marna. Un uomo, folle d’amore, le aveva preso in affitto un appartamento trasudante lusso. Lei era concubina, attrice, cantante d’opera. Ben presto, gonfia d’alcool, aveva impegnato i suoi ultimi gioielli. Non aveva mai visto Parigi eppure i suoi pavé le erano familiari. Conosceva a memoria il nome dei viali, la luce gialla dei lampioni, l’agitazione dei cabaret di Montmatre.

Aveva degli amanti in ogni angolo del globo, dalla Cina del Nord alle vette di Bahia, dal Sahara alle campagne inglesi. Degli uomini l’hanno condotta sulle panchine di Cartagena, dove l’odore delle piante di mango si confonde con quello dell’amore. Lei, che aveva paura di tutto, della notte, dei temporali, degli sconosciuti, ha fatto guerre e spedizioni, ha attraversato la jungla e sfidato le tempeste. Non temeva più né la furia degli animali né la follia degli uomini. Più tardi, molto più tardi, ha preso aerei e attraversato frontiere. Ha toccato pelli a cui mancava il gusto dell’inchiostro. Il mondo le è sembrato familiare ed esotico, popolato di ombre bianche e di ricordi. Rim ha lasciato la casa dalle grandi vetrate, il viale deserto, il silenzio di suo padre. Nelle cene mondane, stesa a fianco di suo marito, nei vialetti dei cimiteri o al giardino d’infanzia, Rim continua a parlare ai fantasmi. Cerca nella loro voce una consolazione. Rifiuta che la realtà li spazzi via, impedisca loro di restare, che le chiacchiere li mettano a tacere. Il pomeriggio le capita di lasciare il suo lavoro e prendere una stanza d’albergo. Nessuno sa che lei è lì, seduta, la schiena contro il muro. Allunga le gambe, cerca il rumore del vento tra i pioppi. E se ne va.

(Traduzione dal francese a cura di Laura Aguzzi)


[Numero: 41]