[Sommario - Numero 41]
Un altrove
Leila Slimani
La prossima guerra
Edoardo Albinati
Va tutto bene
Chiara Gamberale
E io dissi di sì
Simonetta Agnello Hornby
Café de turin
di Maurizio Cucchi
La mia vicina Jolanda
Maurizio Maggiani
Ribellatevi: leggete breve
Massimo gramellini
Osate: leggete lungo
BRUNO VENTAVOLI
Leggere allunga l estate

La mia vicina Jolanda

Adesso che ho saputo che non ci sente e non ci vede più e è lì lì per andarsene, voglio ricordare la Jolanda, voglio che si sappia che è stata la mia vicina di casa finché sono stato ragazzo, che aveva una figlia con una testa di capelli così che si chiamava La Patri, La Patri mi faceva giocare ai dottori finché non abbiamo fatto tutti e due la prima comunione e ci siamo dovuti confessare, e soprattutto voglio che si sappia che era bella, più bella di sua figlia di un bel po’.

Mi ricordo tutto quanto della sua bellezza toscana, dei capelli rossi e mossi, della fossetta sul labbro, delle poppe grandi così, delle gambe che mi arrivavano al mento e dei ginocchi lisci e tondi. Anche suo marito era un bell’uomo, Felicetti, capello testa di moro e baffo tagliato a filo, faceva il barcaiolo, portava i turisti alla Palmaria con la motobarca Paradiso, che è un lavoro stagionale, cosicché lavorava anche lei e di lavoro impagliava i fiaschi del vino toscano. Per fare questo lavoro si metteva su una seggiolina nel poggiolo della cucina, quello dove c’era nelle nostre case lo sgabuzzino del cesso, si tirava su la vestaglia e prendeva una boccia tra le gambe e ci dava di frasca con una specie di spadino; lavorava veloce, le frasche gli sibilavano e saettavano intorno, portava dei mezzi guanti per non rovinarsi le mani. Però le mani erano rovinate lo stesso qua e là, aveva sulle punte della dita dei tagli neri che si succhiava con il suo labbro con la fossetta. Eravamo dirimpettai, lei impagliava i fiaschi nel poggiolo di là e io giocavo con La Patri nel poggiolo di qua, giocavamo non solo ai dottori, ma anche che lei era la Jolanda e io suo marito Felicetti. Questo per dire come ero preso da quella donna. Ma devo dire che c’era un momento, un preciso momento alla sera quando aveva finito di impagliare, che allora mi mettevo proprio a piangere d’amore.

Era quando lei metteva da parte le frasche e tirava fuori il Bolero Film e si metteva a leggerlo lì sulla sua seggiolina, il giornale sulle cosce dove prima c’era la boccia, la testa con quei capelli rossi e mossi mossi dentro il giornale. Allora non c’era Felicetti e Patri e niente che tenesse, la Jolanda prendeva e se ne andava non si sa dove con tutte quelle dive e quei divi che c’erano dentro, e diventava meravigliosa; si vedeva benissimo anche dal mio poggiolo, e si vedeva benissimo che non ci voleva nessuno con lei, per questo che mi veniva da piangere. Questo finché non ho fatto la prima comunione, poi è cambiato tutto e la Jolanda ha preso un po’ a invecchiare.


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