[Sommario - Numero 41]
Un altrove
Leila Slimani
La prossima guerra
Edoardo Albinati
Va tutto bene
Chiara Gamberale
E io dissi di sì
Simonetta Agnello Hornby
Café de turin
di Maurizio Cucchi
La mia vicina Jolanda
Maurizio Maggiani
Ribellatevi: leggete breve
Massimo gramellini
Osate: leggete lungo
BRUNO VENTAVOLI
Leggere allunga l estate

E io dissi di sì

L’aereo era in ritardo. Mi guardavo intorno: gli uomini guardavano tutto e tutti in cagnesco, le donne sospiravano al mondo, gli anziani sedevano rassegnati. Due innamorati, seduti di fronte a me, si guardavano negli occhi; lui le toccò il ginocchio e lei fremette come se quella carezza le avesse risvegliato tutti i sensi. Senza rendermene conto, mi aprii in un sorriso. Alla donna scivolò di mano una lettera. La raccattai da terra e lessi l’indirizzo. «Il paese di mia madre», mormorai nel porgerla. Ricevetti un grazie e uno sguardo amichevole. L’uomo si alzò: «Vado a fare quattro passi; ti porto caffè e brioche, vuoi altro?» lei scosse il capo, e gli diede una taliata tutta amore. S’era accorta che io l’avevo osservata. Ci guardavamo, complici. Poi, «Vuole sapere la nostra storia?» Abbassai le palpebre, il tacito sì dell’agrigentino. Mi sembrava normale che una donna felice, come lei sembrava, volesse raccontarsi e spargere la sua felicità.

«La mia famiglia era povera. Mio fratello era andato a Torino per lavorare e noi femmine facevamo le domestiche. Andai al servizio di un avvocato, e mi fu affidata la lavanderia, che aveva una terrazza sui tetti. Roba da lavare non mancava mai. La mattina la stendevo ad asciugare sui fili di ferro, legata con i lacci e dopo pranzo andavo a controllarli. Quando i legami si scioglievano i panni leggeri, fazzoletti e tovaglioli, svolazzando e talvolta andavano a finire nella piazza o sui tetti delle altre case. Mi affacciavo alla ringhiera, per vedere dove erano caduti. A quell’ora, sulla terrazza del palazzo dirimpetto, vedevo un carabiniere che fumava la sigaretta dopo il pranzo. Mi guardava. Era bello e mi piaceva. Appendevo la lavata sui fili esterni, vicino le ringhiere, per vederlo e farmi ammirare da lontano, protetta. Lo sapevo che gli piacevo. Quando i tovaglioli volavano via, scendevo nella piazza per raccoglierli: lui, affacciato alla ringhiera, mi fissava dall’alto. Un giorno mi si parò davanti nella piazza: era sceso e mi porgeva due tovaglioli. Quant’erano duci i suoi occhi! Le nostre mani tremavano nel toccarsi. Scappai, imbarazzata.

Lui voleva sposarmi, ma la sua famiglia, che era di sbirri, sdegnava la mia perché eravamo poveracci e mio padre beveva. Noi, da parte nostra, consideravamo i carabinieri gente da evitare. Ma io niente sapevo di tutto questo e beata sognavo il matrimonio.

Un giorno lui si presentò dall’avvocato; gli spiegò che mi voleva sposare contro il parere dei suoi e gli chiese di parlarne con mio padre. All’inizio, mio padre s’offese e rifiutò. Mia madre, invece, mi permise di incontrarlo in chiesa, dopo la messa. Ci volevamo, assai, e decidemmo di fare un ultimo tentativo per persuadere i rispettivi genitori a farci sposare.

Le malelingue vennero a dire a mia madre che la famiglia di lui ci schifiava. Lei si arrabbiò, “Meglio schetta che in una famiglia di sbirri fitusi!” mi disse.

Poi lui mi mandò a dire che era pronto ad una fuitina. Io dissi di sì.

Nel frattempo successe il putiferio. Mio fratello Peppino lavorava per una famiglia importante di Torino. Il padrone gli faceva regali di denari, che Peppino ci mandava, ma non era vero: mio fratello arrubbava al padrone per aiutarci e finì in galera. Non avevo speranze, nemmeno nella fuitina, perchè uno sbirro non può sposare la sorella di uno che è in prigione. Lui me lo confermò dalla terrazza, incrociando le mani a palmo aperto verso di me. Era tutto finito. Piangemmo assai, tutti e due, ognuno nella sua terrazza.

Allora mia madre organizzò un matrimonio per procura tra me e il figlio di sua sorella, che non conoscevo: vivevano a Casablanca. Non volevo il cugino scanusciuto, ma gli strozzini minacciavano di toglierci la casa. Il cugino offrì di saldare i nostri debiti e ci fidanzammo. Lui scriveva solo del Caffè che aveva aperto, dove io avrei lavorato come cameriera. Dicevo a mia madre : “Cammarera per cammarera, meglio che rimango dall’avvocato e vi do il mio stipendio”. Cercai di fare disamorare il fidanzato, con tante richieste capricciose. Non volevo vivere nella stessa casa dei suoi genitori, come si usava. Quelli dissero di sì. Volevo un radio grammofono e dischi di canzonette. Quelli dissero di sì. Volevo andare dal parrucchiere una volta al mese. E dissero di sì. Volevo garantito un viaggio in Sicilia ogni cinque anni, volevo sposarmi nel mio paese, con una bella festa, volevo…. Dissero di sì a tutto.

Avevo lasciato il lavoro, per le nozze. Due settimane prima arrivarono quelli di Casablanca. Appena vidi il fidanzato capii che masculu non era. Piangevo ogni notte. Mia sorella mi diceva: “E chè, volevi pure un bedduu picciottu con tutti sti denari che spendono per te!” E io piangevo ancora di più.

Prima di sposare, volli andare a salutare l’avvocato e la sua famiglia. C’era chi mi invidiava e chi mi commiserava, ma tutti sapevano che non lo volevo questo cugino, come marito. Mi venne il disio di andare in terrazza per l’ultima volta. La lavata era stata stesa, in modo diverso da come la mettevo io ad asciugare. La misi a posto, a modo mio: la mettevo lungo la ringhiera e rassettavo le lenzuola, pensando a lui. Forse s’era fatto trasferire. Esitai prima di affacciarmi, ma dovevo vederlo il terrazzo vuoto, dovevo rassegnarmi. Dritto e tiso, era lo stesso di prima. Manco si mosse quando mi vide. E io pure. Manco una mano sollevò per salutarmi. E io pure. Lo guardavo. E lui pure.

L’indomani ci fu l’inferno: i suoi genitori si presentarono a casa mia: chiedevano di avermi come nuora: il loro figlio s’era dimesso dall’Arma dei Carabinieri per sposarmi! E così fu».

Tacque, composta, orgogliosa.

Le guardai il ventre, «Questo è il primo figlio?» La donna scoppiò in una risata, «Ne abbiamo tre, questo è il quarto. Viviamo a Roma e siamo sposati da tanti anni. Ogni mattina quando ci guardiamo è come se fosse la prima volta, io dalla terrazza della lavanderia dell’avvocato e lui da quella di casa sua».


[Numero: 41]