[Sommario - Numero 41]
Un altrove
Leila Slimani
La prossima guerra
Edoardo Albinati
Va tutto bene
Chiara Gamberale
E io dissi di sì
Simonetta Agnello Hornby
Café de turin
di Maurizio Cucchi
La mia vicina Jolanda
Maurizio Maggiani
Ribellatevi: leggete breve
Massimo gramellini
Osate: leggete lungo
BRUNO VENTAVOLI
Leggere allunga l estate

Avessi un figlio

Avessi un figlio, quest’estate lo porterei al mare e gli farei bagnare i piedi - solo quelli. Gli direi di muovere la sabbia con le dita, lì dove l’acqua è trasparente, e di osservare come si disfa nel riflusso. Gli direi di girarsi, schiena alle onde, chiedendogli di concentrarsi sull’incertezza - lui, fosse come me, avrebbe paura, perché il mare a me ha sempre fatto paura; ho sempre pensato che non sai mai cosa aspettarti dal mare, che dal quel mistero potrebbe affiorare qualunque cosa in qualunque momento. Mio figlio mi direbbe: Per favore, posso voltarmi adesso? E io lo pregherei di resistere e di concentrarsi su di me, perché io sono davanti a lui, seduto sulla battigia: lo guardo e guardo quell’enorme massa d’acqua alle sue spalle, il sole che ne incendia la superficie, e questo dovrebbe essere sufficiente a tranquillizzarlo - o almeno è quello che spero. Cosa mai può accadergli se i miei occhi sono su di lui, se ci sono io a controllare ciò che arriva da dietro?

Osservandolo, le gambe sottili che scompaiono nel grigio-azzurro a metà polpaccio, le spalle aguzze come quelle della madre, le orecchie tutte suo nonno, penserei che alla sua età non credevo che l’infanzia avrebbe mai avuto fine - quanto mi stupisce il tempo, la sua accelerazione - mi tornerebbe in mente l’assoluta assenza del male, la convinzione che dalle malattie alla fine si guarisce, che dall’esperienza si impara, che le punizioni saldano ogni debito e che il mondo proceda verso un costante, naturale miglioramento: gli errori commessi ieri e oggi non verranno ripetuti in futuro. Penserei alla leggerezza del mio corpo e alla sconfinata fiducia che riponevo nei miei genitori: avevo la testa piena di domande, loro possedevano le risposte. Ecco, se avessi un figlio quest’estate lo porterei sulla spiaggia, lo guarderei volgere le spalle al mare, intimorito, e cercherei di indovinarne il futuro. Come ha scritto Rilke: Non crediate che il destino sia poi tanto di più di quel condensato che è l’infanzia.

Papà.

Papà.

Sì?

Posso voltarmi?

Sì, certo. Scusa. Vieni qui.

Lui uscirebbe dall’acqua con un sospiro di sollievo trotterellando - piedi e caviglie impanate di sabbia - e verrebbe a sedersi tra le mie gambe, reclinando la testa contro il mio petto per guardare il cielo e attribuire una forma alle nuvole, o piegando il collo in avanti per disegnare qualcosa con la punta dell’indice, strizzando gli occhi per concentrarsi. Penserei a qualcosa da dire. Perché io lo so. Adesso lo so. Che dalle malattie a volte non si guarisce. Che non sempre si impara dall’esperienza. Che spesso non esiste punizione in grado di saldare certi debiti. E che a dirla tutta non sembra che il mondo proceda costante verso un miglioramento, ma piuttosto che si muova a singhiozzo come un grosso, impacciato animale, alternando scatti improvvisi a soste lunghissime e insopportabili.

Papà.

Sì.

Guarda - indica il disegno che ha fatto sulla sabbia

Cos’è?

Una balena volante che tiene sulle schiena un castello.

È bellissimo. Chi vive nel castello?

Si stringe nelle spalle.

Dovremmo inventare una storia ambientata nel castello, per scoprire chi ci vive.

Sì. Inventiamola.

A volte, in Africa, i cantastorie, finito un racconto, premono il palmo delle mani a terra e dicono: Qui lascio la mia storia affinché altri la prendano. Avessi un figlio, quest’estate lo porterei al mare, mi sederei con lui sulla sabbia, gli premerei le mani sulle spalle e gli racconterei una storia che parli di complessità, qualunque cosa questo voglia dire. Di quanto il mondo e la vita risultino a tratti incomprensibili. Di come la lotta del bene contro il male sarà sempre una lotta di trincea, una battaglia senza fine, che vale comunque la pena combattere. Di come ciascuno di noi nasconda dentro se stesso costellazioni di identità e che chi cerca di imporne una, di solito, lo fa per difendere i propri interessi. Ecco, inventerei storie che lo aiutino a non diventare pigro, perché ogni fascismo nasce da una forma di pigrizia, dalla necessità di incasellare e ridurre. E partirei dalle storie perché le storie - in quanto acceleratrici di esperienze e simulatrici di realtà, in quanto occasioni per uscire dalla nostra pelle e entrare in quella di altri, di empatizzare con la loro anima, di vestirsi della loro storia - aiutano a rafforzare l’ego e allo stesso tempo lo relativizzano, mentre il mondo è pieno di persone dall’ego fragilissimo che hanno continuo bisogno di conferme e che allo stesso tempo si sentono assolute.

Papà.

Dimmi.

E se nel castello vivesse un re cattivo, uno che fa del male al proprio popolo?

Potremmo inventarci una storia in cui il popolo si ribella e scaccia il re cattivo.

E poi?

E poi il popolo sceglie di eleggere gli uomini migliori, i più generosi, i più competenti, perché governino facendo il bene di tutti.

Avessi un figlio, quest’estate lo porterei al mare e gli parlerei di giustizia, di amore e di impegno. E sarebbe un momento di cui, sia io sia lui, ci ricorderemmo per sempre.


[Numero: 41]