[Sommario - Numero 41]
Un altrove
Leila Slimani
La prossima guerra
Edoardo Albinati
Va tutto bene
Chiara Gamberale
E io dissi di sì
Simonetta Agnello Hornby
Café de turin
di Maurizio Cucchi
La mia vicina Jolanda
Maurizio Maggiani
Ribellatevi: leggete breve
Massimo gramellini
Osate: leggete lungo
BRUNO VENTAVOLI
Leggere allunga l estate

A duello con il super-io

Di tutte le questioni che si presentano a un autore o un’autrice, la più incomprensibile e persistente riguarda quello che gli altri pensano del suo lavoro. Questi altri – queste persone potenzialmente ostili – potrebbero essere il marito della scrittrice, la sua famiglia, i colleghi, la comunità o i vicini. Non è importante di chi si tratti. Ma il problema di queste opinioni è cruciale per gli artisti alle prime armi. Non appena iniziano a lavorare, si leva un coro di censura e dissenso, se non di odio. La scrittore diviene inibito dal timore dell’effetto delle sue parole. Può diventare ansioso, rigido, bloccato. Può iniziare a odiare il suo stesso lavoro, diventare fobico nell’intraprenderlo.

In questo caso l’artista sta sviluppando una spaventosa fantasia, di nessuna utilità per la scrittura. A dire il vero, quando si inizia a scrivere non si ha idea di quello che penseranno gli altri. Se chi scrive ha un qualche livello di integrità, cercherà di fare sempre del proprio meglio e scoprirà se le persone che leggono ne restano indifferenti, o profondamente entusiaste, o altro ancora. Ma l’assunto dello scrittore/scrittrice impegnato in questo copione tragico, questa visione onnipotente, è che lui/lei abbia già provocato e ferito qualcuno. Non solo: questi “vicini” si vendicheranno. Ci saranno condanne, sensi di colpa e un tremendo conflitto, quindi, in fondo, perché preoccuparsene?

Questo discorso senza capo né coda implica che le parole sono pericolose – che possono offendere, eccitare, provocare e cambiare vite, una cosa importante da sapere. I bravi scrittori sanno che non lavorano per sé stessi, ma per provocare una qualche reazione nel lettore: le parole sono una potente magia che evoca strani e terribili mondi.

Ma che ne è di questi “vicini”? Che ruolo hanno in questo scenario interiore? Le parole sbagliate li convinceranno ad abbandonarti? La Rochefoucauld descrive bene questo pregiudizio: «Quella che chiamiamo virtù è di solito solo un fantasma creato dalle proprie passioni».

Da un certo punto di vista, questa virtù potrebbe essere chiamata coscienza. Per dirla in maniera educata: lo scrittore sta prendendo in considerazione l’opinione di altre persone e come si potrebbe prendersela con cotanto altruismo? Tuttavia, la coscienza è una descrizione meno efficace di quello che accade rispetto alla nozione di super-io, un’idea che Freud ha sviluppato durante la Prima Guerra Mondiale, legandola all’odio, alla depressione, al masochismo e a quello che lui chiamava “istinto di morte”. La coscienza implica l’attenzione, se non la decenza. Il concetto manca della dimensione diabolica, sadica che ha l’idea di super-io, dove il buono diventa un ostacolo per la verità. Non è che lo scrittore abbia commesso il crimine di parlare, piuttosto si sente già colpevole nel farlo e lo farà sempre.

In fondo non si tratta di una questione morale sul fare del male agli altri. Riguarda piuttosto l’autolesionismo, l’enigma dell’auto persecuzione e i modi in cui si può iniziare a temere la propria immaginazione. Lo scrittore potrebbe essere un voyeur a cui piace esibire sé stesso. Questo è in parte quello che vuol dire presentare qualcosa a un pubblico: il desiderio di essere noti, avere un’immagine pubblica, insieme a una certa mancanza di pudore.

Ma anche mentre parliamo ci chiediamo, in accordo con la logica del super-io, se non siamo più mostruosi di quanto possiamo sopportare. Ci diciamo che se fossimo buoni non dovremmo avere pensieri aggressivi o violenti, dimenticando che la mostruosità è un’utile arte e che, per essere efficace, deve essere spinta all’estremo, facendo tremare il pubblico. L’arte emerge da quello che Nietzsche chiama “anarchia interiore” e mai dalla cosiddetta decenza.

La capacità critica, di giudizio, è essenziale. Ogni artista deve essere in grado di guardare al proprio lavoro con un occhio nitido, umile, leggendolo e scartando questo o quello, tenendo il resto. Ma la feroce attività del super-io che Freud notava non è parte di questa interessante parte del lavoro. Non è parte neanche della battaglia che ogni artista ingaggia con il proprio materiale e soggetto. Non ha niente a che fare con l’ingegneria dell’arte. È al di fuori di tutto ciò, a strangolare il lavoro prima che abbia inizio, intimando allo scrittore di produrre sempre un’opera brillante e di non fare errori o sopportare fallimenti. È puramente distruttiva.

Ma perché qualcuno dovrebbe vivere con dentro una tale macchina per uccidere? Per Freud, uno dei più affascinanti e insuperabili enigmi era l’autodistruzione delle persone, il loro masochismo e sadismo. Per questo definiva l’istinto di morte “misterioso”. E per vederlo basta guardarsi allo specchio.

Le orecchie non hanno palpebre. Non sono solo i pazzi a sentire le voci. Chi non ne è posseduto? Il super-io non è soltanto un’oscura funzione psichica, somiglia piuttosto a una voce di comando non volontaria, che implica la minaccia che se tu affermi o pensi una cosa particolare sarai punito. E le punizioni immaginate sono sempre peggiori di quelle reali.

Il super-io non riguarda soltanto il divieto. Ha molte facce, perché è anche il diavolo della tentazione, spingendoci ad andare oltre, a godere selvaggiamente mentre ci dice che non riusciremo mai a farlo abbastanza. Come il capitalismo stesso, vuole consumarci continuamente, mentre ci lascia insoddisfatti. Nonostante questo, l’eccesso non riesce mai ad essere abbastanza eccessivo: falliamo costantemente.

Abbiamo tutti trascorso gli anni della nostra giovinezza sotto il comando di qualcun altro, all’ordine di adulti che garantivano la nostra sicurezza. È importante non dimenticare il grande terrore provato da bambini. Le origini di questa minaccia onnipresente sono quindi i nostri genitori e le altre autorità, a cui si somma la furia che proviamo nei confronti dei loro ordini, soprattutto perché immaginiamo che segretamente si divertano a torturarci e a trattarci male.

Questo legame somiglia alla diade creditore/debitore, la relazione paradigmatica della nostra era. La creazione di un debito che non può essere ripagato è una caratteristica del super-io; ma, come il fascismo, per funzionare deve promettere un appagamento. Si è attratti dal fallimento perché il super-io è sempre sessualizzato: è come se si vivesse in una relazione perversa con sé stessi, dove il piacere, come ultima risorsa, è dato dalla sofferenza.

Quest’ordine sociale interno è una zona ristretta dove vige qualcosa di simile alla shari’a e dove l’interruzione e l’imprevedibilità – parlare o scrivere liberamente – sono continuamente punite. È un duro lavoro essere una vittima oppressa dalla propria brutalità interiore. Come i genitori, il super-io sembra fornire una forma di protezione, un limite, un confine a quella che potrebbe essere vissuta come una spirale di continuo piacere. Ma questa promessa di stabilità è poco utile per l’artista adulto che deve lavorare con l’incertezza, facendo spazio al nuovo. Sei in una foresta scura solo con una torcia. Se sai quello che fai non è arte.

Liberarsi dalla schiavitù auto-imposta non può essere una conquista permanente. Ma si possono fare cose buone, superare le paure, mettere da parte i sensi di colpa e di persecuzione, i fantasmi immaginati possono essere scacciati, almeno per un po’. Se si ha un po’ di intimità con sé stessi è possibile individuare questo senso di persecuzione e sfidarlo.

La conoscenza può, in alcune occasioni, deludere la promessa di un grande divertimento. Ma in cambio si avrà una buona via di comunicazione tra inconscio e conscio. E lo sforzo sarà stato ricompensato.

(Traduzione dall’inglese a cura di Laura Aguzzi)

© Hanif Kureishi 2016


[Numero: 41]