A che gioco giochiamo

Tra Kennedy e Krusciov c’era di mezzo un pollo

«Ci stavamo guardando negli occhi e mi è parso che l’altro avesse ammiccato». Quello che il segretario di Stato Usa Dean Rusk descrisse, nell’ottobre 1962, era il muso contro muso di Kennedy e Krusciov. Ma tutti quelli che sono stati bambini lo conoscono come un gioco. vecchio come il mondo. E infatti la crisi dei missili di Cuba oggi viene raccontata nei manuali come un esempio classico della teoria dei giochi. Di un modello in particolare, il “gioco del pollo”, quello che gli appassionati di cinema conoscono nella versione di James Dean in “Gioventù bruciata”, o in quella di Michael J. Fox di “Ritorno al futuro”. Sfidare l’avversario a fare una cosa rischiosa, e chi si spaventa prima perde; sembra semplice, ma sopra ci sono stati scritti volumi e formule matematiche che si usano ogni giorno, per fare affari, guerre ed elezioni.

La teoria dei giochi è tutto fuorché un gioco: studia i giochi ai quali giochiamo tutti ogni giorno, senza renderci conto che dietro esiste una scienza, che conta tra i suoi studiosi una manciata di Nobel, di cui il più famoso è John Nash. Il principio apparentemente è semplice: «L’equilibrio c’è, quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme». Le implicazioni di questo postulato sono state utilizzate per muovere i flussi del traffico, gestire le crisi monetarie, risolvere crisi matrimoniali e soprattutto per fare politica. L’intera guerra fredda con la sua corsa agli armamenti è stata un gioco della deterrenza, basato sulla asimmetria informativa tra gli avversari. Pearl Harbour è stata un calcolo della teoria dei giochi, rivelatosi però sbagliato: invece di rimanere schiacciati, gli americani si sono destati dall’isolazionismo per entrare in guerra. Le atomiche sul Giappone sono state stata invece frutto di un calcolo corretto: Hirohito si è arreso, ignorando che gli americani avevano soltanto due ordigni.

I consulenti di teoria dei giochi lavorano al Pentagono e alla Cia, e prima di spostare delle portaerei a largo della Corea oppure inviare aiuti a un gruppo armato in Medio Oriente le informazioni vengono processate da computer che, cercano di modellare i comportamenti di tutti i giocatori. Il software è stato usato per pianificare il blitz contro Bin Laden ad Abbottabad, e le teorie dello stratega militare americano John Boyd sono state cruciali in Iraq. Bruno de Mesquita, che studia la teoria dei giochi alla New York University - con risultati top secret, ma pare che avesse predetto, per esempio, la caduta di Mubarak - sostiene che un giorno non si faranno più guerre: basterà inserire in un pc tutti i dati, simulare gli scenari dal peggiore al migliore e poi negoziare la pace in base al risultato. Il problema è che a selezionare i dati da usare, e a scegliere le opzioni migliori sono sempre gli esseri umani, che a differenza del computer hanno preferenze, simpatie, vanità e presunzioni. Come Yanis Varoufakis, esperto di teoria dei giochi di fama mondiale (era stato anche assunto come consulente da una società produttrice di videogames) che decise di sfidare al “gioco del pollo” Angela Merkel, sottovalutando il sangue freddo della cancelliera tedesca.


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