A che gioco giochiamo

Sei stato lego o meccano? Il destino in un mattoncino

Harold Kroto, premio Nobel per la chimica, diceva di saper distinguere chi da piccolo aveva giocato con il Meccano da chi aveva giocato con il Lego. I primi chiudevano delicatamente il rubinetto del lavandino, i secondi lo stringevano rovinandone la guarnizione. Lui aveva giocato con il Meccano, che richiede di immaginare un oggetto e montarlo con viti e bulloncini. Forse per questo scoprì il fullerene, una molecola oggi alla base delle nanotecnologie. Nel fullerene 60 atomi di carbonio sono “avvitati” in modo da formare un minuscolo pallone da calcio cucito con 20 esagoni e 12 pentagoni. Sia il Meccano sia il Lego sono giochi di costruzione. Ma con i suoi bulloncini il Meccano sviluppa una raffinata abilità manuale; per incastrare i pezzi del Lego basta la forza bruta. Le precise azioni di avvitamento favoriscono nel cervello del bambino lo sviluppo di sinapsi, cioè di collegamenti tra neuroni. Nel cervello c’è una rappresentazione del nostro corpo nella quale i polpastrelli sono enormi rispetto alle braccia e alle gambe. La manualità è una forma di intelligenza. Sarà un caso, ma anche Primo Levi e Margherita Hack furono “allievi” del Meccano.

Johan Huizinga, grande storico olandese, pubblicò nel 1938 Homo ludens, un libro destinato a diventare un classico. L’idea centrale era che il gioco è all’origine della cultura e dell’organizzazione sociale. La biologia ha dato all’intuizione di Huizinga una base scientifica. Pedagogisti e psicologi come Piaget, Vygotskij e Bruner hanno messo in evidenza quanto il gioco sia essenziale nello sviluppo psicofisico, nell’apprendimento, nelle relazioni umane, nella creatività. Giocano gli artisti immaginando musiche, romanzi, quadri, forme architettoniche. Giocano gli scienziati facendo le loro ricerche guidati da una curiosità infantile fortunatamente conservata nell’età adulta. Il valore del gioco sta proprio nel fatto che è gratuito, cioè ha in se stesso la propria finalità. La gratuità fa del gioco un’attività libera e liberante: non si può imporre a qualcuno di giocare.

L’etologia insegna che i cuccioli di mammiferi giocano tanto più a lungo quanto più la specie è evoluta: basta pensare ai gatti o alle scimmie. Con il gioco i bambini esplorano il mondo, imparano a plasmarlo secondo le proprie esigenze, stabiliscono relazioni, fissano regole di comportamento, sviluppano capacità simboliche, sociali e creative. Tanto che il gioco può essere assunto come indicatore di benessere psichico: i bambini autistici non giocano spontaneamente, i giochi bisogna insegnarglieli e fanno parte del percorso terapeutico.

Dal punto di vista biologico poche cose sono serie come il gioco. Le neuroscienze hanno accertato che nell’attività ludica tutto il cervello è coinvolto ma il punto di partenza è un piccolo gruppo di cellule nascoste nelle retrovie cerebrali, il “nucleo accumbens”, dal quale dipendono funzioni fondamentali come l’alimentazione e la riproduzione. Uno studio recente pubblicato su “Neuropsycopharmacology” da ricercatori olandesi e italiani dimostra che tra i piccoli ratti aumenta la propensione a giocare quando nel nucleo accumbens vengono stimolati i recettori della dopamina. «Questa scoperta – dice Viviana Trezza, dipartimento di scienze dell’Università Roma Tre – suggerisce che il gioco fa parte delle nostre necessità primordiali». La dopamina, sostanza liberata nell’attività ludica e in quella sessuale, è un neurotrasmettitore associato al piacere. Un’altra molecola osservata nei giochi di relazione è l’ossitocina, l’ormone che rinforza i rapporti sociali e di coppia.

Ma se il piacere è il denominatore comune del gioco e dell’amore, come il sesso può deviare in perversioni, così il gioco può sconfinare nella ludopatia. Il gioco patologico non è cosa nuova ma mai come oggi ci sono state tante situazioni che lo favoriscono. Elettronica, telematica e fisco biscazziere si sono alleati nella speculazione. Dal grattaevinci alle slot machines, secondo l’Eurispes sono 30 milioni gli italiani che giocano d’azzardo. Oltre a una nuova criminalità, ne è derivata l’urgenza di interventi terapeutici i cui costi economici e sociali (2 miliardi di euro l’anno) divorano gli incassi del fisco. Dopo aver compreso l’importanza del gioco, le neuroscienze si trovano così a curarne gli eccessi. Una lunga parabola collega il Meccano al poker online.


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