A che gioco giochiamo

Quando si gioca non si è mai da soli

Il gioco non è soltanto distrazione individuale. Anzi, forse Io è meno di quanto non si pensi. Certo, esistono molti giochi, specialmente di bravura, in cui il giocatore manifesta un’abilità del tutto personale e in cui appare logico giocare da soli. Ma i giochi di abilità assumono presto la caratteristica di giochi di competizione nell’abilità. Se ne può fornire una prova evidente. Per quanto individuale sia l’aggeggio con cui si gioca: aquilone, trottola, yo-yo, diabolo o cerchio, ci si stancherebbe presto di un passatempo simile se non ci fossero né concorrenti né spettatori, per lo meno virtuali. In questo tipo di esercizi affiora pur sempre un elemento di rivalità, e ognuno cerca di far colpo sui rivali, sia pure invisibili o assenti, compiendo virtuosismi inediti, aumentando il grado di difficoltà, stabilendo momentanei record di durata, di velocità, di precisione, di altezza, traendo motivo di gloria, anche solo in cuor proprio, da una qualche performance di difficile conseguimento. In linea di massima, il possessore di una trottola non si diverte affatto in mezzo a dei patiti del bilboquet, né l’amatore dell’aquilone in un gruppo impegnato a giocare al cerchio. I proprietari degli stessi giocattoli si riuniscono in un luogo consacrato dall’abitudine o semplicemente comodo: là, essi si misurano, esibiscono la loro abilità. Questo fatto costituisce spesso la parte essenziale del divertimento.

La tendenza alla competizione non resta a lungo implicita e spontanea. Essa porta all’istituzione di un regolamento che viene adottato di comune accordo. In Svizzera, a esempio, hanno luogo gare di aquiloni che si svolgono con tutte le regole. L’aquilone che vola più alto è proclamato vincitore. In Oriente, la competizione assume l’aspetto di un particolare torneo: la corda dell’aquilone, a una certa distanza dalla velatura, viene spalmata di pece su cui sono conficcati pezzetti di vetro dalle punte taglienti. Si tratta di tranciare, intersecandola con mosse virtuosistiche, la corda degli altri aquiloni: competizione più che mai accentuata, nata da un divertimento che, in linea di principio, non pareva affatto competitivo.

Un altro esempio eloquente del passaggio da uno svago individuale a un piacere competitivo e perfino spettacola-re è fornito dal bilboquet. Quello degli Eschimesi rappresenta, molto schematicamente, un animale: orso o pesce in cui sono praticati numerosi fori. Il giocatore deve infilarli tutti secondo un ordine stabilito, con lo stiletto tenuto in mano. Poi, ricomincia tutto da capo con lo stiletto tenuto nell’indice ripiegato, quindi con lo stiletto che fuoriesce dalla piega del gomito, e infine con lo stiletto stretto fra i denti, mentre il corpo dello strumento descrive figure sempre più complicate. Ogni colpo mancato obbliga il giocatore sfortunato a passare la mano a un rivale. Costui si accinge alla stessa progressione, cerca di ricuperare il ritardo o di conquistare un certo vantaggio. E mentre lancia e riprende il pupazzo, il giocatore mima un’avventura o descrive punto per punto un’azione. Racconta un viaggio, una caccia, un combattimento, enumera le diverse fasi dello smembramento della preda, operazione che è generalmente monopolio delle donne. A ogni nuovo buco, annuncia, trionfante:

Essa riprende il coltello

Squarcia la foca

Toglie la pelle

Toglie gli intestini

Apre il petto

Toglie le viscere

Toglie le costole

Toglie la colonna vertebrale

Toglie il bacino

Toglie le membra posteriori

Toglie la testa

Toglie il grasso

Piega la pelle in due

La immerge nell’urina

La fa asciugare al sole, ecc.

A volte, il giocatore se la prende con il rivale e si accinge, con la fantasia, a farlo a pezzi:

Ti picchio

Ti uccido

Ti taglio la testa

Ti taglio il braccio

E poi l’altro

Ti taglio la gamba

E poi l’altra

I pezzi ai cani

I cani mangiano...

E non solo i cani, ma anche le volpi, i corvi, i granchi, tutto quello che viene in mente. L’altro, prima di riprendere la contesa, dovrà rimettere insieme il suo corpo nell’ordine inverso. Questo incalzare, questo inseguimento ideale viene puntualizzato dai clamori del pubblico, che segue con passione le fasi del duello. A questo livello, il gioco di bravura diventa ovviamente fenomeno culturale: veicolo di comunione e di collettiva allegria nel freddo e nella lunga oscurità della notte artica. Questo caso estremo non costituisce un’eccezione. Ma ha il vantaggio di suggerire a che punto il gioco più individuale per natura o destinazione si presti naturalmente a ogni specie di sviluppo e arricchimento che, all’occorrenza, ne fanno quasi una sorta di istituzione. Si direbbe che al gioco manchi qualcosa, quando è ridotto a semplice esercizio individuale.


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